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Roma, 9 mag – La vicenda dell’esclusione di Altaforte dal Salone del libro di Torino, ma in generale tutte le polemiche montate ad arte dalla stampa allineata, dimostra un fatto inconfutabile: l’egemonia culturale della sinistra non esiste più. Esiste, certo, tutto un apparato composto da fondazioni, istituti e rendite di posizione che, alla bisogna, può mettersi in moto e rivendicare un arrogante diritto di esclusiva. Ma il meccanismo, ormai, si è inceppato. Vediamo come.

Il teatrino delle miserie

Tutto è partito dalle liste di proscrizione di Christian Raimo, il quale ha lamentato l’ascesa dirompente della cultura sovranista e ha fatto un inquietante appello all’antifascismo militante. Tradotto: se non sono in grado di affrontare le idee altrui tramite la normale dialettica culturale, non mi rimane che invocare la censura. Poi venne Zerocalcare che, sbattendo i pugni sul tavolo come un bambino capriccioso e viziato, ha annunciato che non avrebbe partecipato al Salone in quanto contrario alla presenza di Altaforte e allo «sdoganamento dei fascisti». Tradotto: il pallone è mio e le regole le decido io; grado zero della cultura e del dibattito. Ma tutto questo non è bastato. La sinistra infatti, con suo grande scorno, ha scoperto che la Costituzione non è quello che credevano che fosse, e cioè uno strumento per la repressione del pensiero dissidente. A riportare i «compagni» sul pianeta Terra ci ha pensato, tra gli altri, il noto giurista Vladimiro Zagrebelsky, che ha sentenziato: la libertà di espressione è tutelata dalla Costituzione anche quando si esprimono opinioni che «urtano, colpiscono, inquietano lo Stato o una qualunque parte della popolazione. Non è vietato essere fascisti o dire di esserlo». Tradotto: i presunti intellettuali, i sedicenti custodi della Costituzione, ignorano di fatto i princìpi stessi della Legge fondamentale.

Egemonia addio

Incapaci di farsi valere con la forza delle argomentazioni o della legge, ai poveri «compagni» non è dunque rimasta che un’unica via da percorrere: quella della censura e dell’abuso di potere.E il punto è proprio questo. Una cultura egemone, dominante, in salute, non ha bisogno di essere protetta; si impone. Non difende il suo orticello, ma si espande. Non retrocede, ma avanza. Insomma, i «compagni intellettuali» si presentano volentieri come i custodi del tempio della cultura, ma in questi giorni si sono rivelati, al contrario, i degni eredi dei pompieri che bruciano i libri in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. E mentre brindano alla censura di Altaforte, neanche si rendono conto che la loro egemonia non esiste più. E che la cultura, quella vera, uscendo dalle asfittiche sale del Lingotto, ha già trovato da sé altri spazi di vita e di libertà. Dove si respira aria buona e i libri non si censurano. Si leggono.

Valerio Benedetti

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