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Chiamatela Elena: la campagna social che prova a fabbricare il capo del campo largo

by La Redazione
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Elena Schlein

Roma, 26 ago – Elly è troppo debole? Basta chiamarla Elena. Il campo largo non ha ancora scelto un leader? Si proclami Elena presidente. Giuseppe Conte, Matteo Renzi e Carlo Calenda non riescono a stare nella stessa coalizione? Li si distribuisca per ministeri dentro un governo immaginario. La campagna social nata nei giorni scorsi funziona così: trasforma ogni contraddizione politica in una battuta e ogni vuoto programmatico in un atto di fede. “Elena” non è soltanto il vero nome della segretaria del Partito democratico. È una parola d’ordine, un espediente per suggerire che dietro l’incerta Elly esista già una Schlein adulta, autorevole e pronta per Palazzo Chigi.

L’operazione è stata avviata dalla pagina De André racconta la Serie A e immediatamente rilanciata da Socialisti Gaudenti e Meme dalla Terza Repubblica. Tre soggetti che, sommando meccanicamente i rispettivi pubblici su Facebook, superano il mezzo milione di seguaci. Il dato non equivale naturalmente ad altrettanti elettori: gli utenti possono seguire più pagine e una parte del pubblico è attratta dalla satira più che dalla politica. Ma la capacità di imporre un lessico comune è indiscutibile. L’elemento più interessante di questo approfondimento, quindi, non è una fantomatica centrale segreta. È la sproporzione tra la sicurezza della comunicazione e la confusione del progetto politico che quella comunicazione tenta di nascondere.

Il battesimo di “Elena” alla guida del campo largo

Il primo atto di questa pantomima risale al 22 agosto. De André racconta la Serie A pubblica una fotografia sorridente della segretaria del Pd e annuncia: «Abbiamo 12 mesi per renderla Presidente del Consiglio. Ce ne metteremo 6». Subito dopo arrivano una sequenza di assestamenti più che simbolici: «È ora che ti fai chiamare Elena». Quindi l’autoproclamazione a ufficio stampa parallelo: «Prendiamo in carico noi la situazione, ritenetevi pure in ferie», indirizzata agli addetti alla comunicazione di Schlein. Socialisti Gaudenti aderisce apertamente alla campagna per portare «Elena Ethel Schlein, detta Elly» al governo nel 2027, «pure prima se necessario». In un altro meme, una scena del celebre Léon di Luc Besson, viene riscritta per attribuire al nome completo della segretaria la qualità decisiva che ancora gli manca: «Che nome cazzuto». Meme dalla Terza Repubblica si accoda il 24 agosto: celebra i 1.261 giorni di Schlein alla guida del Pd e conclude con «Elena 2027!». La pagina confeziona inoltre una falsa investitura internazionale, mettendo in bocca all’idolo della sinistra Pedro Sánchez la frase: «Elly Schlein está bien, pero Elena es mejor». Per giorni si susseguono post, battute, meme che ruotano intorno allo stesso concetto, e che proprio per questo rivelano l’obiettivo implicito dell’operazione: non commentare la candidata, bensì rappresentarla preventivamente come leader forte e indiscutibile del futuro campo largo.

Dal diminutivo al nome presidenziale

Ovviamente “Elena” non è uno pseudonimo escogitato dai social media. Il nome completo della segretaria è Elena Ethel Schlein. Lei stessa ha spiegato in passato che Elena ed Ethel erano i nomi delle due nonne, mentre Elly è il soprannome familiare: «Porto i nomi delle due nonne […] e non volevo far torto a nessuna». Anche la biografia ufficiale del Pd la presenta come “Elena Ethel Schlein, detta Elly”. La campagna, dunque, mira ad una forma di critica più sottile: “Elly” è il nome della militante, della sorpresa delle primarie, della segretaria informale e movimentista. “Elena” viene invece proposta come la sua versione istituzionale: più adulta, severa, italiana, ma soprattutto facilmente contrapponibile a “Giorgia”. Non più un diminutivo quasi vezzegiativo contro un nome proprio, ma proprio Elena contro Giorgia. Si tratta di un classico meccanismo di restyling politico. Nel 2014 la difficoltà di scrivere e pronunciare il cognome era stata trasformata nell’hashtag #siscriveschlein. Nel 2026 quella stessa problematica viene affrontata proponendo un nome proprio semplice, solenne e immediatamente spendibile sulla scheda elettorale. L’insistenza, tuttavia, produce anche un effetto involontario: se bisogna spiegare ripetutamente che “Elena” è più forte di “Elly”, si finisce per ammettere che la figura pubblica costruita in tre anni e mezzo non è considerata abbastanza presidenziale neppure dai suoi sostenitori.

Il record che non è esattamente un record

Un altro pilastro di questa campagna informale è la longevità. Il 24 agosto Schlein ha superato i 1.260 giorni consecutivi di Pier Luigi Bersani alla guida del Pd. È un dato corretto, ma presentato in modo partigiano. Il primato riguarda la permanenza consecutiva dall’insediamento, non il numero complessivo di giorni trascorsi alla segreteria: Matteo Renzi, sommando i suoi due mandati, rimane ancora davanti con 1.479 giorni. Ma soprattutto, la durata non misura né il consenso nazionale né la capacità di coalizione. Misura la sopravvivenza dentro il partito. Trasformarla nella principale credenziale di governo significa sostituire un risultato politico con un dato di calendario. È una forma raffinata di comunicazione difensiva: quando scarseggiano vittorie nazionali da esibire, la permanenza in carica diventa prova di solidità.

Chi c’è dietro le tre pagine

Chiariamoci: non esistono, allo stato degli elementi pubblicamente verificabili, prove che la campagna sia stata commissionata o finanziata dal Pd, dal Nazareno o dallo staff personale di Schlein. Il fatto che le pagine siano politicamente schierate non le trasforma automaticamente in articolazioni clandestine del partito. De André racconta la Serie A, fondata nel giugno 2015, mantiene pubblicamente anonima la propria gestione. Già in una vecchia intervista a Wired gli amministratori avevano scelto di non trasformarsi in personaggi riconoscibili. È la pagina che ha lanciato “Elena” e che rivendica, ironicamente, di aver preso in mano la comunicazione della segretaria. Anche per Meme dalla Terza Repubblica non emergono nomi di amministratori verificabili. La pagina ha però ammesso rapporti con ambienti professionali e associativi precisi. Rispondendo nel maggio scorso a un’inchiesta di Esperia, ha ricordato di aver collaborato con Magistratura democratica e Giovani Magistrati e di avere amici magistrati. Ha rivendicato la campagna per il No al referendum sulla giustizia, negando al tempo stesso finanziamenti e definendo amatoriale la propria attività. Il caso più limpido è quello dei Socialisti Gaudenti. Il fondatore e amministratore è Raffaele Boninfante, presentato come tale già durante un incontro pubblico del 2019 registrato da Radio Radicale. Nel 2023 L’Espresso lo descriveva come esperto di comunicazione, militante di lungo corso del Pd e protagonista di campagne elettorali.

Oggi Boninfante risulta funzionario dell’ufficio di segreteria del vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Antonio Mazzeo, esponente del Pd proveniente dall’area bonacciniana: circostanza che rende ancora meno lineare l’ipotesi di una regia esclusivamente schleiniana. In ogni caso, Socialisti Gaudenti ha ammesso pubblicamente che alcune campagne vengono concordate con altre pagine: «Talvolta collaboriamo […] perché il messaggio da far arrivare è più importante dei singoli stili creativi e comunicativi». Il quadro corretto, quindi, è quello di un ecosistema progressista para-politico: pagine formalmente autonome, amministratori in parte anonimi, legami personali con partiti e ambienti istituzionali, collaborazioni esplicite e messaggi coordinati quando viene individuato un obiettivo comune.

Il precedente del referendum

Il precedente più importante che ha visto in azione questo meccanismo è stato il referendum costituzionale sulla giustizia del marzo 2026. Tutte e tre le pagine parteciparono alla mobilitazione per il No. Socialisti Gaudenti lanciò la serie “46 volte No”; Meme dalla Terza Repubblica produsse video e contenuti esplicativi con magistrati e professori; De André racconta la Serie A puntò sull’immaginario antifascista e familiare. Il No vinse con il 53,56 per cento contro il 46,41 del Sì. Ovviamente non è possibile attribuire la vittoria a tre pagine Facebook. Ma quella campagna può avere funzionato, nella percezione degli amministratori e delle segreterie, come una prova generale: un contenuto ironico entra nella bolla progressista, viene ripreso da soggetti diversi e finisce per produrre un linguaggio condiviso. Con “Elena” il passaggio ulteriore è evidente. Non si tratta più di mobilitare contro una riforma del governo ma di nominare preventivamente il futuro capo della coalizione.

Il governo Schlein I, costruito a colpi di meme

L’esperimento memistico non si è fermato al nome. De André racconta la Serie A ha iniziato a simulare i primi giorni del futuro governo, attribuendo alla presidente Schlein decisioni diplomatiche e componendo un immaginario esecutivo. L’elenco è istruttivo: Elena presidente; Giuseppe Conte alla Giustizia; Matteo Renzi agli Esteri; Nicola Fratoianni presidente della Camera; Angelo Bonelli all’Ambiente; Tito Boeri all’Economia; Vincenzo De Luca all’Interno; Carlo Calenda alla Difesa; Silvia Salis alla Salute; Roberto Gualtieri alle Infrastrutture; Luigi Di Maio ai servizi segreti «per il Lol». È qui che il gioco virtuale svela tutta l’inconsistenza politica. Nel governo virtuale possono convivere Schlein, Conte, Renzi e Calenda perché nessuno di loro deve votare su armi all’Ucraina, Nato, riforma della giustizia, politiche fiscali o alleanze europee. Il meme risolve le incompatibilità distribuendo poltrone immaginarie ma non costruisce una coalizione.

Il tempismo: Conte davanti, il Pd dietro la propria segretaria

Infatti, la campagna è cominciata due giorni dopo la pubblicazione di un sondaggio Piepoli particolarmente scomodo. Alla domanda sul leader preferito per il campo largo, Giuseppe Conte risultava al 36 per cento, Silvia Salis al 30 e Schlein soltanto al 29. Un’analisi delle conversazioni social realizzata da Spin Factor tra l’11 luglio e il 10 agosto mostrava una gerarchia simile: Conte raccoglieva un sentiment positivo del 32,2 per cento e 2,225 milioni di interazioni; Schlein si fermava al 27,6 per cento e a 567 mila interazioni; Salis era al 25,7. Il paradosso è netto. Il Pd rimane il maggiore partito dell’opposizione: a fine luglio la supermedia lo stimava al 21,2 per cento, contro il 13 del Movimento 5 Stelle e il 6,4 di Alleanza Verdi e Sinistra. Eppure la segretaria del partito più grande non è automaticamente la personalità più forte della coalizione. Il lancio di “Elena” subito dopo il sondaggio non prova un rapporto di causa ed effetto. Ma rende evidente il problema al quale la campagna risponde: trasformare il primato organizzativo del Pd in un primato personale che i sondaggi non riconoscono a Schlein.

Primarie per decidere come fare le primarie

E così mentre i meme hanno già scelto la futura presidente del Consiglio, i partiti non hanno ancora deciso neppure il metodo per individuarla. Conte invoca le primarie anche per chiarire le divergenze politiche. Schlein risponde che occorre prima concordare il programma e soltanto dopo fissare le regole della competizione. Restano aperte la platea degli elettori, l’eventuale ballottaggio, le candidature e persino il perimetro della coalizione, come ha ricostruito Il Foglio. Silvia Salis continua a sfilarsi, mentre nell’area riformista circolano nomi alternativi come Gaetano Manfredi e Franco Gabrielli. Roberto Speranza è arrivato addirittura a proporre una figura simbolica – “un diciottenne o un anziano partigiano” – sostenendo che le primarie potrebbero diventare «un clamoroso autogol» e spingere all’astensione gli elettori dello sconfitto. La proposta di Speranza e la campagna “Elena” sembrano opposte, ma nascono dalla stessa patologia. Speranza vuole un candidato tanto simbolico da non minacciare nessuno. Le pagine vogliono una Schlein tanto presidenziale da rendere superflua la competizione. In entrambi i casi si tenta di neutralizzare il conflitto invece di risolverlo.

Che cosa nasconde la parola-feticcio

Insomma, la campagna social “Elena 2027” nasconde almeno sei questioni che rimangono senza risposta: chi debba guidare la coalizione tra Schlein e Conte; con quali regole debba essere scelto il candidato; se Renzi debba entrare nel campo largo; quale rapporto mantenere con Calenda; quale linea comune adottare sull’Ucraina, il riarmo europeo e la Nato; quale programma possa tenere insieme Pd, M5S, Avs e centristi. La parola-feticcio comprime tutto in una soluzione facile. Non occorre discutere il programma se Elena è già la presidente. Non occorre celebrare le primarie se Sánchez l’ha simbolicamente “approvata”. Non occorre mostrare risultati se la permanenza alla segreteria diventa record. Non occorre comporre le differenze se Conte, Renzi e Calenda hanno già ricevuto un ministero nel governo dei meme.
La contraddizione più curiosa di questa operazione riguarda proprio Raffaele Boninfante. Nel 2023 osservava che «il Pd sta cercando il nuovo segretario come si cerca un idraulico e con la stessa passione», sostenendo che il partito avesse bisogno di capire la propria identità prima di trovare un volto spendibile. Ancora nel 2019 aveva criticato la tendenza a usare la comunicazione come rimedio al vuoto di idee. Tre anni dopo, la pagina da lui fondata partecipa a una campagna fondata quasi interamente sulla sostituzione di un nome con un altro, e su un clamoroso vuoto d’idee.

Per adesso Elena piace ad Elly e il suo partito

Il campo largo non sa ancora se il proprio leader sarà Schlein, Conte, Salis, un sindaco, un tecnico o il candidato simbolico immaginato da Speranza. Non ha definito le regole, il perimetro né la linea internazionale. Ma la sua avanguardia social ha già trovato la soluzione: scrivere “Elena” in caratteri sempre più grandi. Un nome forte può coprire per qualche giorno una leadership debole. Ma non può sostituire una coalizione, un programma e una gerarchia politica. È precisamente questa la confusione che la parola-feticcio dovrebbe impedire di vedere. Per ora, in ogni caso, la campagna sembra aver convinto soprattutto chi non aveva bisogno di essere convinto: Schlein ha messo il suo “mi piace” e i Giovani Democratici si sono arruolati con entusiasmo all’esercito di Elena al Governo. Insomma, Elena piace già a Elly e al suo partito. Resta da capire se, fuori dalla cerchia dei diretti interessati, piaccia anche a qualcun altro.

Vincenzo Monti

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