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Ceuta è Europa: il voto dell’Eurocamera demolisce la propaganda di sinistra sull’invasione migratoria

by Sergio Filacchioni
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Ceuta

Roma, 17 set – È bastato un voto del Parlamento europeo per mettere in fila, una dopo l’altra, molte delle tesi con cui per oltre un mese una parte della sinistra italiana ha raccontato la crisi di Ceuta. Non un comunicato del governo Meloni, non una dichiarazione di Vox o dei Patrioti per l’Europa, ma una risoluzione approvata dall’Eurocamera con 339 voti favorevoli, 225 contrari e 16 astensioni. Il testo parla di «strumentalizzazione della migrazione irregolare» come «strumento di guerra ibrida contro l’integrità territoriale di uno Stato membro», definisce Ceuta e Melilla «città spagnole ed europee la cui sovranità e integrità territoriale sono fuori discussione», individua nella regolarizzazione su larga scala promossa dal governo Sánchez un fattore capace di produrre un «effetto chiamata», avverte delle possibili conseguenze sull’area Schengen e chiede il rapido rimpatrio di chi non ha diritto a restare nell’Unione.

Ceuta è Europa, nonostante il revisionismo della Salis

È difficile trovare una smentita istituzionale più completa delle parole pronunciate appena due giorni prima da Ilaria Salis. Il 15 settembre, intervenendo proprio a Strasburgo nel dibattito sulla crisi, l’eurodeputata di Sinistra Italiana aveva aperto il proprio discorso affermando: «Ceuta non è Spagna. Ceuta non è Europa», perché «geograficamente è Africa» e storicamente sarebbe «un residuo del colonialismo europeo». La prima osservazione è banalmente geografica; le altre due, presentate come conseguenza della prima, non descrivono invece lo status politico e giuridico della città. Ceuta è una città autonoma spagnola, territorio dell’Unione europea e parte della frontiera esterna europea. Non figura neppure nell’attuale elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi sottoposti a processo di decolonizzazione.
La sequenza temporale ha qualcosa di impietoso. Il 15 settembre Salis dichiara che Ceuta non è Spagna e non è Europa. Il 16 settembre Ursula von der Leyen, nel discorso sullo stato dell’Unione, afferma davanti allo stesso Parlamento esattamente il contrario: «Ceuta’s border is a European border. Because Ceuta is Spain. Ceuta is Europe». Nella stessa giornata persino Iratxe García Pérez, presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici europei, ribadisce che «Ceuta è Spagna ed è Europa». Il 17 settembre arriva infine il voto dell’Aula, che mette nero su bianco che Ceuta e Melilla sono città «spagnole ed europee» e che la loro sovranità è «fuori discussione». Non è quindi soltanto la destra a contestare Salis: sulla questione territoriale la sua posizione resta esterna anche a quella espressa dai vertici delle istituzioni europee e dalla principale famiglia socialdemocratica dell’Eurocamera.

Un mese di propaganda progressista frantumata

Ma la frase di Salis costituisce soltanto l’ultimo episodio di una battaglia narrativa iniziata il 30 luglio, quando decine di migliaia di persone attraversarono in poche ore il confine marocchino raggiungendo Ceuta via terra e via mare. Il servizio studi del Parlamento europeo ha stimato circa 80mila ingressi durante la crisi, accompagnati da una vasta circolazione di messaggi sui social secondo cui la frontiera sarebbe stata aperta e chi fosse riuscito ad attraversarla avrebbe ottenuto facilmente asilo o accesso alla Spagna continentale. Il bilancio aggiornato dal Parlamento europeo parla oggi di 141 morti.
In Italia la reazione di una parte dell’opposizione si concentrò però rapidamente non sulle dimensioni della crisi o sulle vulnerabilità della frontiera europea, ma sulla denuncia della presunta strumentalizzazione della vicenda da parte del governo Meloni. Il 2 agosto Nicola Fratoianni sostenne addirittura che l’assalto fosse stato «costruito e pianificato a tavolino». Tra gli «indizi» citò la diffusione delle notizie false sui social, i rapporti tra Marocco, Israele e Stati Uniti e il comportamento della polizia marocchina; arrivò quindi a parlare di un’«internazionale nera» che sarebbe passata dalla manipolazione dell’informazione alla costruzione di veri e propri incidenti per colpire le democrazie europee. Nel medesimo intervento definì la sospensione italiana di Schengen una mossa priva di fondamento perché, disse, da Ceuta «non c’è nessun libero accesso» e dunque «non c’era nessun pericolo per l’area Schengen».
Che Ceuta abbia un regime Schengen particolare e che gli spostamenti verso la penisola iberica siano soggetti a controlli è vero. Ma da qui a sostenere che la crisi non avesse alcuna rilevanza per Schengen passa una distanza che oggi è lo stesso Parlamento europeo a rendere evidente. La risoluzione approvata il 17 settembre afferma infatti che l’incapacità di proteggere efficacemente le frontiere esterne «mina l’integrità dello spazio Schengen nel suo complesso» e chiede alla Commissione di valutare espressamente le conseguenze transfrontaliere delle regolarizzazioni di massa sui movimenti secondari e sul funzionamento dello spazio senza frontiere interne. L’Eurocamera non certifica retroattivamente che ogni singola misura adottata da Roma fosse necessaria o proporzionata; certifica però qualcosa di politicamente decisivo: liquidare qualsiasi relazione tra Ceuta e Schengen come invenzione propagandistica non regge più.

Una critica frontale alla politica delle regolarizzazioni di Sánchez

Lo stesso vale per la polemica sulle regolarizzazioni del governo Sánchez. Per settimane Madrid ha respinto le critiche italiane e di altri governi europei alla propria politica migratoria, sostenendo che collegare il programma straordinario di regolarizzazione alla pressione migratoria significasse alimentare una narrazione politica. L’Eurocamera, infatti, non sostiene che gli arrivati avessero concretamente diritto alla regolarizzazione: afferma qualcosa di diverso, e più generale. Una politica di regolarizzazione su larga scala, scrive il Parlamento, «genera un effetto chiamata e trasmette il messaggio sbagliato» ai potenziali migranti e alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. È precisamente il principio che era stato bollato per settimane come costruzione ideologica della destra: le decisioni assunte da uno Stato europeo in materia di regolarizzazione possono produrre effetti che travalicano il territorio nazionale, modificando aspettative, rotte e incentivi lungo le frontiere esterne dell’Unione.
Non poteva mancare Elly Schlein, ovviamente. Il 20 agosto la segretaria del Pd definiva la sospensione di Schengen decisa da Meloni una «trovata propagandistica» e un «boomerang clamoroso», accusando il governo di aver creato con Ceuta un «precedente pericoloso per l’Europa». A distanza di un mese, i controlli italiani sono ancora in vigore e sono stati prorogati il 15 settembre; soprattutto, il Parlamento europeo riconosce ora formalmente che una crisi della frontiera di Ceuta può avere ripercussioni sull’integrità di Schengen e che le politiche nazionali di regolarizzazione possono produrre conseguenze transfrontaliere.
Il testo votato a Strasburgo va peraltro molto oltre. Chiede di rafforzare Frontex, di incrementare finanziamenti e infrastrutture per la difesa delle frontiere esterne, di utilizzare pienamente le procedure previste dal nuovo Patto su migrazione e asilo e soprattutto di procedere al «rimpatrio rapido ed effettivo» di tutti coloro che non hanno diritto a rimanere nell’Unione, compresi i minori non accompagnati nel rispetto del diritto europeo e internazionale. Invita inoltre Spagna e Marocco a rafforzare la cooperazione sulle riammissioni e stabilisce che l’accesso preferenziale dei Paesi vicini al mercato europeo e ai finanziamenti comunitari debba essere collegato alla loro collaborazione effettiva nel controllo delle frontiere, nella lotta ai trafficanti e nelle riammissioni.

Basta bugie sull’invasione di Ceuta

La risoluzione non è una legge e non può annullare la politica migratoria di Sánchez. Il suo valore è innanzitutto politico. Ma proprio per questo il voto del 17 settembre segna una cesura: concetti che il dibattito italiano aveva per settimane confinato nel linguaggio della destra entrano oggi nel documento ufficiale di un’istituzione europea. Effetto chiamata. Integrità di Schengen. Difesa delle frontiere esterne. Rimpatri. Condizionalità nei rapporti con i Paesi terzi. Guerra ibrida attraverso la strumentalizzazione dei flussi migratori.
E sopra tutti, quasi a chiudere simbolicamente il cerchio, rimane quella formula che l’Eurocamera ha scritto ventiquattr’ore dopo l’uscita di Salis: Ceuta e Melilla sono città spagnole ed europee e la loro sovranità è fuori discussione. Una dichiarazione che costringe a fare i conti con un dato molto più semplice della propaganda progressista: molte delle questioni che per settimane erano state liquidate come allarmismo, paranoia o invenzione politica sono oggi riconosciute come problemi reali dal Parlamento europeo.

Sergio Filacchioni

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