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Dai Giovani Democratici a Schlein: parole forti, interpreti deboli (per ora)

by Sergio Filacchioni
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Giovani Democratici Schlein

Roma, 17 set – Nel giro di pochi giorni, alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, sono ricomparse parole che il centrosinistra italiano sembrava aver consegnato agli archivi del Novecento. Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, ha annunciato che la sua generazione non sarebbe stata «soldato» delle guerre altrui e che avrebbe organizzato «i disertori». Poco dopo Marco Rocco De Luca, responsabile nazionale Cultura politica, Fondazioni, Memoria e Antifascismo della stessa organizzazione, ha rivendicato l’eredità del comunismo italiano, invitando a liberarsi dal «giogo imperialista di Trump e degli Stati Uniti», dalla «retorica sionista» e dalle «sirene del capitalismo». Nel testo con cui ha diffuso il proprio intervento sui social il passaggio è ancora più netto: «dobbiamo distruggere questo capitalismo e creare un nuovo sistema economico».

Liquidare tutto come folclore giovanile sarebbe comodo. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che quelle parole arrivano mentre l’intero campo progressista sta cambiando lessico. Elly Schlein già nel 2024 dichiarava che «il capitalismo neoliberista ha fallito da ogni punto di vista», collegandolo all’aumento delle diseguaglianze e alla necessità di un «nuovo modello di sviluppo economico, sociale e ambientale». A Reggio Emilia ha poi spiegato che per costruire l’alleanza progressista non basta una somma di proposte: servono valori, visione, una direzione comune. Il dato interessante è tutto qui: la sinistra sta tornando a pronunciare categorie forti proprio mentre la destra di governo sceglie sempre di più il gergo della stabilità.

Il Pd di Schlein riscopre il vocabolario conflittuale

Per quasi trent’anni il centrosinistra europeo ha lavorato per alleggerire il proprio linguaggio. Capitale e lavoro sono diventati stakeholder, il conflitto sociale concertazione, la classe inclusione, l’interesse economico opportunità. Anche il Partito democratico nasce dentro questa lunga uscita dalla storia del Novecento: meno appartenenza, più amministrazione; meno identità ideologica, più governo dei processi. La stagione woke ha apparentemente radicalizzato quel mondo, ma lo ha fatto soprattutto sul terreno morale e culturale. Privilegio, patriarcato, razzismo sistemico, rappresentazione, linguaggio, genere, identità. Il conflitto era tornato, ma frammentato in una costellazione di battaglie spesso autonome tra loro. Oggi quella frammentazione sembra ricomporsi sotto i nostri occhi: genere, clima, Palestina e migrazioni vengono progressivamente inseriti dentro categorie più antiche e più pesanti. Capitale, imperialismo, classe, guerra, potere come tasselli di una stessa visione del conflitto.

È qui che il post-woke mostra il proprio passaggio da mito a politica. Non più soltanto l’estetica della rappresentazione, ma un tentativo di costruire una lettura complessiva della società. Anche le parole di Virginia Libero si collocano dentro questa torsione. Il suo «organizzeremo i disertori», che pure ha causato tante reazioni interne, appartiene a una tradizione antimilitarista molto più antica delle battaglie identitarie degli ultimi anni. La polemica successiva ha costretto la segretaria dei Giovani Democratici a chiarire il sostegno all’Ucraina e la condanna dell’invasione russa, ma proprio la reazione interna al Pd ha mostrato quanto il terreno sia ormai aperto: da una parte l’area riformista, dall’altra una generazione che torna a usare parole che la precedente considerava politicamente impraticabili.

Le parole sono tornate prima degli uomini

Qui emerge anche la contraddizione più interessante: le categorie possono tornare molto più rapidamente degli uomini capaci di incarnarle. Il dirigente democratico cresciuto negli ultimi quindici anni è prodotto da un ambiente politico molto diverso da quello che formava il quadro comunista del Novecento. Università, associazionismo, amministrazioni locali, campagne sui diritti, reti europee, comunicazione politica: questo è il terreno su cui si è costruita gran parte della nuova classe dirigente progressista. Per questo il ritorno di parole come capitale, imperialismo e comunismo produce inevitabilmente uno scarto. La durezza del lessico contrasta con un habitus formatosi dentro una cultura politica assai più leggera, procedurale e post-ideologica. Il piddino cresciuto tra linguaggio inclusivo, sostenibilità, diritti individuali e gestione amministrativa può pronunciare «lotta al capitalismo», ma difficilmente riesce a conferirle subito lo stesso peso storico che quella formula possedeva in un’altra epoca. È però un errore guardare soltanto alla credibilità dei singoli. Il fenomeno che li porta a recuperare quelle parole è più importante degli uomini che per primi le rimettono in circolo.

Uno studio pubblicato nel 2026 su Contemporary Italian Politics ha descritto la trasformazione del Pd schleiniano attraverso il concetto di movementization: un partito mainstream che incorpora progressivamente linguaggi, temi e modalità proprie dei movimenti, mantenendo contemporaneamente una struttura istituzionale e una vocazione di governo. La politica, però, non cambia soltanto perché cambia il linguaggio. Cambia quando quel linguaggio incontra condizioni materiali capaci di renderlo plausibile. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il peggior divario tra le grandi economie OCSE. L’occupazione è cresciuta, ma il tasso italiano resta ampiamente sotto la media dell’organizzazione e il recupero del potere d’acquisto procede lentamente. Non sorprende allora che Schlein sintetizzi l’identità del Pd attorno a cinque parole: salari, casa, lavoro, sanità, scuola pubblica. Il terreno materiale esiste già: costo della vita, accesso alla casa, stagnazione salariale, precarietà, guerra, riarmo e trasformazioni dell’ordine internazionale stanno restituendo alla politica domande che il linguaggio della pura gestione non riesce più a contenere. È questo il processo che può superare gli stessi dirigenti che oggi provano a interpretarlo.

Mentre a destra nasce la nuova Dc

La traiettoria di Fratelli d’Italia procede nella direzione opposta. Il partito arrivato al governo promettendo discontinuità ha progressivamente fatto della stabilità una delle proprie principali credenziali. Nell’estate del 2025 persino Il Foglio parlava della «Dc di Giorgia Meloni» e di «Fratelli di Balena», descrivendo lo spostamento verso il centro prodotto dalla prudenza sui conti, dal rapporto con la Cisl, dall’apertura al mondo cattolico, dalla convergenza con il Ppe su numerosi dossier europei e dall’inserimento sempre più pieno di FdI nelle dinamiche comunitarie. Gianfranco Rotondi osservava come Meloni, al di là delle origini politiche, stesse progressivamente assumendo una funzione di garanzia internazionale e di mediazione con i corpi intermedi non lontana da quella esercitata per decenni dalla Democrazia cristiana. Nel settembre 2026, celebrando il record di durata dell’esecutivo Meloni, FdI ha scelto come titolo del documento ufficiale proprio Più stabilità per un’Italia più forte. La premier ha definito la stabilità «la prima grande riforma» realizzata dal governo.

La trasformazione riguarda ormai la funzione politica prima ancora dell’identità. FdI tende a presentarsi come grande partito governativo, garante dell’alleanza occidentale, interlocutore affidabile delle istituzioni europee, difensore dei conti, punto di equilibrio della coalizione e contenitore naturale di un elettorato moderato molto più vasto di quello delle proprie origini. Più a sinistra il campo progressista recupera parole riconoscibili, più al centro si apre uno spazio che Meloni prova ad assorbire. È il vecchio meccanismo della politica italiana: quando un blocco torna a rappresentare apertamente il conflitto, dall’altra parte cresce la tentazione di presentarsi come garante dell’ordine generale. La nuova Balena, questa volta, avrà la fiamma nel simbolo.

Dai Giovani Democratici risale il “nostalgismo”

Si produce così un’inversione che pochi anni fa sarebbe sembrata paradossale. La sinistra che aveva sostituito il conflitto con i diritti ricomincia a parlare di capitalismo; la destra che aveva conquistato consenso promettendo rottura trasforma la continuità nella propria virtù principale. Per questo le parole pronunciate a Reggio Emilia interessano più del singolo caso che le ha prodotte, e più del singolo dirigente che le ha pronunciate. De Luca e Libero possono apparire troppo interni alla cultura progressista contemporanea per incarnare in modo convincente il comunismo che rivendicano. Lo stesso Pd, in fondo, continua a contenere anime che vanno dal riformismo liberal alla nuova sinistra movimentista. Ad un anno dalle elezioni, sembra che abbiano scelto di lasciare briglia sciolta al “nostalgismo” più che al riformismo. Ma questo produrrà inevitabilmente un cambiamento profondo.

Perchè come abbiamo detto in altre occasioni, quando una società continua a produrre conflitti, appartenenze ed entropia, non basta rifugiarsi nei desideri di pacificazione post-ideologici. Tornano inevitabilmente categorie forti, prima nelle parole poi, eventualmente, sulle gambe di nuove generazioni.

Sergio Filacchioni

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