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Roma, 6 gen – “Non avevo la chitarra, e fu un errore che nel mio ricordo guasta il carattere profondamente incantevole impresso alla scena da Jaime Torrijos, il quale, per la prima volta, sembrava prendere coscienza dello stile della sua vita e del suo potere. La musica dovrebbe accompagnare tali occasioni che sono in una volta culmine e risoluzione della lotta. Se avessi avuto la chitarra, avrei ricordato momento per momento i principali canti che avevano lanciato e sostenuto tutta la nostra azione e che l’avrebbero sostenuta ancora in seguito. Perché c’erano nel futuro azioni più grandi di quelle che nel passato avevano formato soltanto un preludio”.
È Felipe – il teologo e chitarrista Sancho Panza de L’uomo a Cavallo di Drieu La Rochelle – a ricordarci quanto la musica sia importante per scaldare i cuori degli uomini d’azione. La stessa bruciante passione che tocca le corde dell’anima di Miguelito, il giovane protagonista dell’ultima produzione di casa Disney Pixar, Coco.
Il piccolo Miguel ha un sogno: diventare un musicista, proprio come Ernesto de la Cruz, idolo, orgoglio nazionale ed Elvis messicano. A causa di un trauma mai risolto però, la sua famiglia ha bandito completamente la musica, costringendo il ragazzo a diventare un artigiano nella bottega dei genitori, calzolai da generazioni.
Miguel non ci sta a rinunciare al proprio destino per farsi seppellire da scarpe e rimpianti: rubata una chitarra dalla tomba di Ernesto, si iscrive alla gara musicale che si tiene ogni anno nel Día de Muertos, ma si ritrova catapultato nel regno dei morti che è, inaspettatamente, coloratissimo e pieno di musica. Per tornare tra i vivi il ragazzo dovrà ricevere una benedizione e per ottenerla si farà aiutare da Hector, scheletro eccentrico e dal passato misterioso, che rischia però di scomparire perché quasi completamente dimenticato.
La profondità delle radici e l’importanza della memoria. Coco è il sublime racconto di un viaggio colorato e struggente nella tradizione. È narrazione che si fa epica, perché racconta la morte a chi alla vita si è appena affacciato. Ma soprattutto è archetipo, (fra)ponendosi come ponte tra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti, collegati tra loro dal sangue, che è identità, memoria e ricordo. Lo è per chi, adulto, ha conosciuto in esistenza la fine di un caro, incarnandone l’esempio. E lo è per chi, bambino, non ha necessità di razionalizzare per capire, ma a cui basta lo sguardo dolce di una nonna che si spegne per accendere un fuoco nel cuore.
“E con una voce che non mi ero mai sentito, intonai il canto dei cavalleggeri d’Agreda. Allora, sembrò che tutta l’animalità che ci portavamo appresso si svegliasse alla bellezza inaudita del luogo: i cavalli drizzarono il collo, agitarono le briglie d’acciaio e due o tre volte nitrirono; le anime degli uomini, al ritornello, si elevarono d’un solo slancio al di sopra dei loro corpi, che si dondolavano sulle cavalcature. Il più alto coro della terra compose la magnifica illusione di un canto che raggiungeva in pieno le stelle”.
 Davide Trovato

2 Commenti

  1. Beato te Sala che lo hai visto in Costa Rica! Se Dio ci da la grazia saremo in “ticolandia” dopo il voto.
    Parlando del film a me non è piaciuto, viene travisata sia la religione Cattolica, sia le credenze dei Popoli in questione.
    Insomma un accozzaglia tra musicol americani e finte pratiche indigene.
    Non mi asettavo niente di buono da Disney Pizar una multinazionale al servizio di Soros della teoria gender contro il Cattolicesimo a favore di un neo paganesimo retrogrado e senza senso .

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