Roma, 22 gen – “Quel mazzolin di fiori“? Pericolosamente sessista. “Là nella valle c’è la Rosina, l’è la rovina di noi alpin”? Mascolinità tossica, offende la donna. E così via. Secondo Andrea Mardocchi, il presidente del coro Sant’Ilario di Rovereto (TN) è “giunta l’ora di far rispettare la donna anche nei canti corali. Come coro Sant’Ilario stiamo lavorando ad un progetto, che andrà in scena a fine anno, sulle donne e sul femminicidio, una piaga che purtroppo è sempre più diffusa e che va combattuta con tutti i mezzi”. Femminicidio? Nei canti alpini? La tesi di Mardocchi è che gran parte dei canti che da più di un secolo eccheggiano nelle nostre valli sono rei di mettere la figura femminile in secondo piano. Bisogna quindi invertire la rotta e declinare il canto corale secondo il paradigma del politically correct. I fratelli Pedrotti, fondatori del leggendario coro della SAT, probabilmente si rivolterebbero nella tomba sentendo questa proposta.



Ma fino a che punto i canti corali sono maschilisti? “Alcuni decisamente, anche perché sono stati scritti in un’epoca dove la donna era relegata davvero ad un ruolo secondario. Ci sono pezzi popolari, classiconi del repertorio di tutti i cori, dove la donna è trattata male. I più non ci fanno caso perché sono abituati a cantare o ascoltare queste canzoni e il testo si ripete a memoria, senza pensarci e in modo goliardico. Penso a strofe che, per esempio, dicono ‘se ti trovo con un altro ti ammazzerò’. Non va più bene, la società è cambiata”. Ma davvero le donne si sentiranno minacciate da una strofa passionale in un canto di montagna?

I classici del canto popolare corale non andranno però rivisitati: “Quelle sono canzoni tradizionali e non si possono cambiare. Possiamo però abbinare a quelle nuovi brani con testi che tutelano la donna. Lo spettacolo che stiamo studiando è proprio questo: far sentire la differenza tra canzoni popolari di 50-60-70 anni fa e quelle moderne. Soprattutto con pezzi nuovi che saranno scritti proprio da donne”.
Per chi si preoccupa della tradizione Mardocchi ci assicura che essa non andrà persa ma “troviamo giusto affiancare canzoni nuove firmate dalle donne. Nelle canzoni di montagna e in quelle popolari, d’altro canto, si parla sempre di uomini, sono loro i protagonisti”. Forse perché a difendere i confini italiani, asserragliati sulle vette, c’erano degli uomini?

Ma verso la fine delle sue dichiarazioni Mardocchi ci svela il perché del suo improvviso flirt con le tematiche femministe: “I nostri cori, purtroppo, stanno perdendo un po’ alla volta pubblico. La tendenza è che c’è meno gente che ascolta i concerti”, svela il direttore. “I cori cantano canzoni di 50 anni fa che ormai sono roba di nicchia; anche per questo è necessario modernizzare il repertorio per avvicinare nuovo pubblico”. Un cambio di rotta guidato dalla paura di sprofondare nell’oblio quindi, e quale migliore modo di cavalcare l’onda della modernità nel 2019 se non strizzando l’occhio a politically correct e #MeToo?

Cristina Gauri

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3 Commenti

  1. Venti giorni sull’Ortigara
    senza il cambio per dismontà;
    ta pum ta pum ta pum (due volte)
    Con la testa pien de peoci
    senza rancio da consumar;
    ta pum ta pum ta pum (due volte)
    Quando poi ti discendi al piano
    battaglione non hai più soldà;
    ta pum ta pum ta pum (due volte)
    Dietro al ponte c’è un cimitero
    cimitero di noi soldà;
    ta pum ta pum ta pum (due volte)
    Quando sei dietro a quel muretto
    soldatino non puoi più parlar;
    ta pum ta pum ta pum (due volte)
    Cimitero di noi soldati
    forse un giorno ti vengo a trovà;
    ta pum ta pum ta pum (due volte)

    (che schifoso sessismo…)

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