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Roma, 9 dic – Nel 2018, nonostante siano già state fatte numerose proposte in tal senso, non si può pensare ad un sistema d’istruzione italiano che non comprenda il padre della nostra lingua: Dante Alighieri.
Gli studenti, vecchi e nuovi, possono testimoniare del vilipendio che nel corso di questi anni è stato fatto, nei vari programmi scolastici, alla figura del “Sommo Poeta”. I programmi vengono costantemente modificati e tagliati a seconda della moda del momento o delle preferenze di professori che non vedono l’ora di dare agli studenti la loro personale interpretazione delle opere del famoso letterato. Interpretazione che, è quasi inutile dirlo, talvolta non ha nulla a che fare con il pensiero che l’autore stesso intende trasmettere.
Ecco dunque che la militanza politica e militare di Dante, per Firenze e non solo, viene spesso taciuta o identificata come semplice contorno delle ben più famose opere letterarie, che pure sono di un’importanza assoluta. Ma come potremmo avere oggi una Divina Commedia, o un “De Monarchia”, se l’Alighieri non si fosse prima dedicato in prima persona e con solerzia alle vicende politiche della sua città (pagando le sue scelte con una condanna a morte e l’esilio)?
Le vicende di Dante si inquadrano in toto in quello che è l’aspro conflitto tra guelfi (vicini all’influenza del Papato) e ghibellini (schierati con gli imperatori germanici) nell’Italia del basso medioevo. In una Toscana preda di forti rivalità tra i vari comuni, Dante, esponente di un’aristocrazia che andava via via decadendo, non può che unirsi all’allineamento guelfo della sua Firenze. All’età di 24 anni partecipa così a due campagne militari come cavaliere, prima contro i nemici aretini , poi contro Pisa che con Arezzo rappresentava la maggiore potenza ghibellina in Toscana.
Tornato vittorioso, Dante si dedica alla vita politica della sua Firenze e per parteciparvi è costretto ad iscriversi “all’Arte dei Medici e Speziali”, dal momento che l’ascesa di un nuovo ceto borghese limita i diritti politici delle più antiche famiglie aristocratiche, tra cui gli Alighieri. Diventato uno dei nove Priori cittadini (una delle massime cariche di governo nel comune fiorentino) Dante deve fare i conti con giochi politici fondamentali per il destino della sua città.
Il conflitto con Papa Bonifacio VIII e la militanza del poeta per il partito dei Guelfi bianchi (contrari alle ingerenze del pontefice nella politica di Firenze), sono ovviamente mal viste quando i Guelfi Neri prendono il potere in città con un colpo di stato, aiutati dalle forze francesi e dall’assenza di diversi politici, tra cui lo stesso Dante che si trova in quei giorni in missione diplomatica presso la corte papale. Da qui inizia l’esilio del letterato, i cui beni vengono sequestrati o distrutti e sulla cui testa pesa una condanna a morte in contumacia.
Lo spirito militare e politico dell’Alighieri ci viene ribadito dalla sua alleanza con i signori ghibellini di Forlì. Dante, come capitano dell’esercito degli esuli, viene però sconfitto con i suoi nuovi alleati nella battaglia di Castel Pulciano. Il fatto che il poeta come prima meta del suo esilio scelga una città ghibellina è la dimostrazione che la militanza di Dante per il partito guelfo è dovuta alla sua fedeltà nei confronti di Firenze piuttosto che all’indole personale.
Ma Forlì non è l’unica realtà di quello schieramento che ospiterà il Sommo Poeta nel corso del suo peregrinare. Grande importanza per la stesura delle sue opere ha anche il soggiorno nella Verona di Cangrande Della Scala, potenza egemone ghibellina e sede di un vicario imperiale (lo stesso signore scaligero). A Verona Dante non cessa la sua attività politica lavorando come diplomatico ed emissario per il proprio ospite. Proprio di recente è stata rinvenuta una lettera (scritta con ogni probabilità dal poeta stesso) in cui Cangrande si rivolge all’imperatore Arrigo VII chiedendogli di sedare i dissidi interni allo schieramento ghibellino. La definizione di “Ghibellin Fuggiasco” appare quanto mai appropriata quindi alla figura di un Alighieri che non è solo letterato e poeta, ma anche uomo d’azione e politico.
La terza cantica della Commedia, il Paradiso, è dedicata appunto al signore Della Scala, ospite buono e politico eccezionale. È impossibile dimenticare che l’intera Divina Commedia è scritta durante l’esilio di Dante ed è di contenuto religioso, mitologico ma soprattutto politico. Il letterato non esita a togliersi, con quest’opera, qualche fastidioso sassolino dalla scarpa, confinando Bonifacio VIII nell’Inferno ancora prima della sua effettiva morte e definendo la nostra Nazione, allora ancora divisa:
“… serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”
Come si può dunque permettere che nelle nostre scuole ci venga raccontata la figura di un Dante squisitamente letterato, se non addirittura “rifugiato”, e venga completamente ignorata la sua vita di grande politico e militare?
Non solo la Divina Commedia è un’opera di grande importanza politica quindi, ma sapendo leggere tra le righe ci appare anche di un’attualità disarmante. L’Italia di bordello e senza nocchiere in gran tempesta non rievoca alla mente di tutti noi i recentissimi governi traballanti in piena crisi e asserviti all’Unione Europea?
Nonostante il poeta venga fin da subito considerato un eretico dalla chiesa più intransigente, la sua opera magna trova ampia diffusione e fortuna proprio grazie a quei signori, ghibellini e non, che lo ospitano o conservano l’alta stima di lui anche dopo le sventure politiche. È quindi evidente che è stato proprio l’esilio di Dante a permettergli di ottenere quella fama letteraria che lo ha reso immortale nella storia italiana e mondiale, e non dobbiamo dimenticare che quell’esilio è stato il frutto di una precisa scelta dell’Alighieri: la scelta di schierarsi politicamente e militarmente per una fazione. Perchè chi si schiera può guadagnarsi il rispetto anche degli avversari, ma gli ignavi il rispetto non lo ottengono mai.
Marco Scarsini

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