machiavelli principe democraziaRoma, 7 ago – La lenta e vergognosa decomposizione del Movimento cinque stelle, fra inutili polemiche interne, Di Maio che studia da Premier con i peggio poteri forti d’Occidente ed amministratori locali imbarazzanti al limite del grottesco, ci presenta l’occasione giusta per riflettere oziosamente su un argomento a tratti spinoso, quale la struttura oligarchica dei regimi liberaldemocratici e quindi la cattura dei vertici partitocratici da parte di interessi “altri”.



Nel 1911 il politologo tedesco naturalizzato italiano Robert Michels dà alle stampe un testo destinato a suscitare violentissime polemiche e poi essere sepolto nell’anonimato vista l’impossibilità pratica di contestarne i contenuti sullo stesso piano del puro rigore scientifico. In questo testo viene infatti per la prima volta esposta in maniera coerente la un tempo celebre “legge ferrea dell’oligarchia”, che parte dall’impossibilità pratica di avere una democrazia “diretta” nella società di massa moderna. E già qui si potrebbero aprire numerose parentesi rispetto alla lunga teoria, da Massimo Fini al M5S medesimo, che contestano la democrazia delegata contrapponendovi quella diretta, ma ci asteniamo per carità di Patria. Ora, dato che non vi può essere democrazia in una società nazionale senza organizzazione, ne discende che tutti i partiti politici (necessari a garantire l’organizzazione) si evolvono da una struttura democratica aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia, ovvero da un numero ristretto di dirigenti. È assolutamente necessario avere una specializzazione, e la specializzazione porta alla burocratizzazione, la quale a sua volta scinde inevitabilmente il vertice dalla base.

Questi concetti, in realtà, erano almeno in parte già noti a Rousseau, l’ideologo della e della volontà generale, il cui concetto di democrazia è del tutto estraneo a quello liberaldemocratico. Innanzitutto, il ginevrino riconosce il ruolo fondamentale della dittatura, in senso classico, di una dittatura cioè di tipo commissario. La dittatura nell’accezione rousseauiana è una importante commissione prevista dalla costituzione: il dittatore “può far tutto” ma non può legiferare, può far tacere l’attività legislativa ma non può farla parlare. Soprattutto la durata del potere dittatoriale deve essere fissata “in un termine brevissimo, che in nessun caso possa essere prolungato”; protratta oltre il termine la dittatura diventerebbe tirannide. Più enigmatica è la figura del legislatore, delineata nel capitolo VII del libro II de “Il contratto sociale”. Il legislatore è fuori e prima della costituzione: la redige e la propone all’approvazione dell’assemblea sovrana. In pratica, il dittatore è potenza senza diritto, il legislatore diritto senza potenza, ed è da queste due figure che Schmitt, il più grande filosofo del diritto del 20esimo secolo, estrae la figura della dittatura sovrana. Mentre la dittatura commissaria sospende le leggi nella Ausnahmezustand, in base a un diritto previsto dall’ordinamento costituzionale vigente, la dittatura sovrana è una dittatura rivoluzionaria in quanto non si giustifica sulla base della costituzione vigente bensì alla luce di un nuovo ordine ancora da costituire.

Quando un sistema si incancrenisce e si rende odioso agli occhi del popolo, non basta firmare delle petizioni on line o, peggio ancora, giocare secondo le regole elettoralistiche del sistema medesimo, ed è per questo che non solo i grillini, ma anche la Lega ed in generale tutti i partiti nazional-populisti europei ben difficilmente riusciranno ad ottenere qualcosa. Le rivoluzioni, ammesso e non concesso che si voglia veramente effettuarne una, non avvengono in cabina elettorale ma, come scrive il grande rivoluzionario Buonarroti: “Il primo passo da farsi onde condurre bene una rivoluzione italiana, si è di porvi in piedi una signoria unica, rivoluzionaria e dittatoriale, cui venga addossato l’incarico di compiere la rivoluzione, di spianare tutti gli ostacoli, di stabilire l’eguaglianza, di preparare la nazione all’esercizio della sovranità, e finalmente d’erigervi le forme costituzionali fisse come l’ultimo scopo di detta straordinaria autorità”. Da notare che quindi questi concetti un tempo erano chiarissimi a tutti, e che sono stati censurati dalla pretesa liberale di fungere da “fine della Storia”. Terrore non è per lui soltanto una tragica necessità storica inseparabile dalle conquiste della Rivoluzione, bensì è il pre-requisito paradigmatico di ogni rivoluzione efficace.

Non si vuole qui fare un apologia della violenza, semplicemente è nostra intenzione sgomberare il campo dall’inutile irenismo grillino e di tutti quelli che cianciano di “società civile” e simili amenità. La Rivoluzione non è un pranzo di gala, e passa necessariamente per la dittatura. Con tutta probabilità, ha sempre avuto ragione Machiavelli nel delineare i tratti del Principe come una sorta di leader carismatico del popolo contro i “grandi”, ovvero contro le lobby ed i poteri forti. Forse, in fin dei conti, l’unica democrazia possibile è quella cesaristica, plebiscitaria, carismatica. Che ha, ovviamente, un nome ben preciso condannato alla damnatio memorie storiche a seguito della sua sconfitta militare.

Matteo Rovatti

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