Roma, 18 gen – In Italia l’11,8% dei lavoratori è povero, come rilancia Tgcom24 sui dati del ministero del Lavoro.

Italia, tanti lavoratori poveri, e già prima del Covid

In Italia tanti lavoratori in condizioni di povertà: più di uno su dieci, secondo i dati del ministero, per la precisione l’11,8%. Dove per povertà si intende vivere in una famiglia con un reddito inferiore al 60% della linea mediana. Un dato allarmante, superiore alla media europea che è del 9,2%. La fonte è il Rapporto della commissione del ministero del Lavoro, elaborato su dati Eurostat 2019, quindi prima del Covid.

Le solite soluzioni: salario minimo e sostegni

Il ministero propone le solite soluzioni: salario minimo e sostegni per chi lavora ma con redditi bassi, quindi un “in-work benefit”. Nella Relazione del Gruppo di lavoro del ministero si legge anche che bisogna incidere sulle ragioni che provocano i bassi redditi non legate alla bassa retribuzione ma anche alla durata del lavoro (quindi ore settimanali, le settimane lavorative ogni anno, eccetera). Interesse a focalizzarsi sul precariato e sui part time involontari. Altri parametri da esaminare sono le composizioni familiari (e quanti redditi si producano in ogni famiglia) e quanto sia efficiente la redistribuzione dello Stato.

In un passaggio si legge testualmente che “una strategia di lotta alla povertà lavorativa richiede quindi una molteplicità di strumenti per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo ben mirato. L’obiettivo è di aumentare quantità e qualità del lavoro nel nostro Paese”.

E i sempreverdi “salari minimi”? Per garantirli, gli esperti suggeriscono di estendere i contratti collettivi principali a tutti i lavoratori. Oppure introdurre il salario minimo per legge. Magari sperimentandolo per un certo periodo, per valutare una risposta nei settori più disagiati. E, ovviamnente, anche l’impiego dell’ “in-work benefit”, visto che in Italia solo il 50% dei lavoratori poveri percepisce un aiuto al proprio reddito (la media europea è del 65%).

Alberto Celletti

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4 Commenti

  1. Sono ormai decenni che le forze dell'”arco costituzionale” non si occupano più delle istanze delle classi lavoratrici, al contrario hanno concorso al progressivo depauperamento delle condizioni di lavoro in termini in termini di stabilità e sicurezza sociale. Ci sarebbe da chiedersi come reagirebbe la piazza del ’68 e dintorni, di fronte a un contratto co.co.co o a uno “stage” a prestazione gratuita di sei mesi magari senza neanche la prospettiva di assunzione ma al solo scopo di fare curriculum. E ancora, ci sarebbe da chiedersi circa i salari 400/600 Euro per fare il commesso in un negozio o la cassiera in un supermercato, ci sarebbe da chiedersi come pagare una multa di 70 euro per un divieto di sosta quando lo stipendio di un operaio è di 1000 euro, o come pagare un affitto di 700 euro per 60 metri quadri e un pieno di una utilitaria costa 80 euro e si potrebbe andare avanti per molto. Ma la domanda primaria è che cosa è stato fatto negli ultimi trent’anni per le istanze dei lavoratori? tanto è stata la disattenzione che neanche le campagne elettorali si sono occupate dei lavoratori, dimanticati a favore di una multicolore campagna dei diritti peraltro spesso astratta e senza effettiva progettualità e priva di possibilità di realizzazione in termini concreti. Dopo il progressivo depauperamento sembra ora si vogli procedere con una sorta di ricatto assistenziale, un ulteriore passo verso la disgregazione morale del sociale, atomizzando il cittadino costringendolo in una costante competizione orizzontale. A poco valgono le statistiche e i dati che per quanto corretti e veritieri assumono un significato marginale in una situazione già nota ma che purtroppo non sempbra trovare la auspicabile indignazione, proprio a causa dell’abbandono da parte degli enti esponenziali (i partiti politici) che ormai si articolano su metà dell’elettorato. Esiste quindi un bacino potenziale di cittadini che potrebbe costituire l’utenza di formazioni portatirici di istanze nuove e strategiche per invertire il passo, proporre e realizzare. In sostanza le loro “solite soluzioni” stigmatizzate giustamente nell’articolo sono una distrazione di massa e forse produrranno più danno che cura le vere soluzioni sono da ricercare a livello politico non meeramente economico.

  2. Eppure da qualche autorevole pulpito era arrivato il messaggio che la pandemia aveva ridotto le distanze.
    E già, ma si sa. La colpa è dei non vaccinati

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