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Roma, 20 mar – L’equinozio di primavera da sempre segna il passaggio al tempo in cui rifiorisce la natura, in cui sboccia la vita, in cui la terra rinasce. In molte culture l’Equinozio è stato letto nella sua promessa di rigenerazione come l’inizio dell’anno. Il mito del ratto di Proserpina è emblematico al riguardo. Proserpina figlia di Cerere, rapita da Ade, in seguito all’intervento del Padre degli Dei, torna alla Madre Terra, ma solo per i sei mesi della Primavera e dell’ Estate. L’Equinozio è dunque un punto fondamentale di Rivoluzione del Ciclo annuo. Ma non c’è solo l’aspetto “naturale” in questo importante passaggio dell’anno. Nelle religioni Indo-Arie i cicli legati alla terra e alla natura erano ovviamente importanti ma non erano l’unico cardine su cui si basava la visione spirituale e quindi del mondo. Essi erano infatti integrati in una visione cosmica ben più ampia. Pertanto l’equinozio di primavera, il momento in cui la luce è cresciuta fino al punto di eguagliare la tenebra ed è finalmente in procinto di superarla, segnava il rifiorire della terra solo nel suo significato più “basso”, mentre assumeva un significato molto più “alto” andando ad indicare la porta che conduce al cammino anagogico di salita verso il Cielo.



Non è un caso che nel periodo equinoziale a Roma la classe nobiliare patrizia, a partire dalla Seconda Guerra Punica, abbia affiancato ai culti popolari e plebei dei Liberalia in onore delle divinità Libero e Libera – strettamente legati alla terra, alla fecondità e al grano – le festività in onore della Magna Mater Cibele. Cibele era una Dea molto diversa dalle grandi madri mediterranee delle popolazioni e dei culti pre-Arii. Non era affatto legata alla terra, alla fecondità del mondo terrestre e naturale, né aveva i classici aspetti “cannibali” delle divinità matriarcali che generano vita animale e vegetale ma a cui tutto ritorna per dissolversi in un continuo ciclo senza sbocchi verticali. Cibele, stando alle parole dell’ultimo grande imperatore pagano Giuliano, è la “sorgente degli dei intellettuali e demiurgici che governano gli dei visibili” (1). Per Giuliano pagano così come per il suo amico Sallustio, ultimo grande pensatore neoplatonico, tutto il mito di Cibele rappresenta l’arrestarsi della generazione (la mutilazione di Attis) e il ritorno non alla Madre Terra bensì all’origine degli Dei in un’anabasi celeste, tramite i raggi di Helios “che condivide il trono con la Madre e assieme a lei demiurgo di tutte le cose” e lungo il fiume Gallo, ovvero la Via Lattea, il sentiero che le anime immortali percorrono nel loro percorso discendente di incarnazione e ascendente di ritorno agli Dei.

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L’equinozio di primavera segna anche l’entrata nel segno dell’Ariete, segno strettamente marziale – siamo a Marzo, non a caso – rappresentante il Fuoco Celeste “principio virile di ogni generazione, manifestazione diretta della potenza dell’Oro” (2). Non è un caso che le due cose coincidano e che le feste della Magna Mater si celebrino proprio in marzo e in contemporanea con due festività dedicate a Marte: gli Agonalia del 17 e il Tubilustrium del 23. Come nota Alessandro Giuli nel suo fondamentale saggio sulla Magna Mater, “la matrice cosmica degli Dei intellegibili resta una spoglia vegetativa infeconda se non venga illuminata dal fuoco virile, attivo, celeste sprigionato dall’ariete bicorne” (3). Nell’equinozio di primavera si celebra dunque proprio questo matrimonio mistico tra principio virile celeste e matrice universale da cui deve nascere la vita. Nel nord germanico l’inizio della primavera era dedicato alla dea Eostre, poi divenuta Ostara da cui Ostern e Easter, rispettivamente la pasqua in tedesco e in inglese.  La divinità era sì legata alla fertilità, basti pensare alla lepre, animale fecondo per antonomasia, che sempre accompagna la dea e che nel folklore è poi divenuto il “coniglietto di Pasqua”, ma era anche legata all’aurora – Eostre viene dal proto-indoeuropeo Hewsos o Ausos da cui il greco Eos e il latino Aurora – il cui splendore annuncia la luce che andrà a sostituire le tenebre. Come del resto Ostara è la “Stella dell’Est” ovvero Venere, l’astro che annuncia il mattino. 

Il concetto di aurora cosmica che annuncia la luce annuale e non solo quotidiana è una reminiscenza della patria polare Indo-Aria in cui l’avvicendamento buio/luce per noi quotidiano ha in realtà una durata annuale e in cui l’aurora di fatto segna il ritorno della vita. Tra i simboli di Eostre vi è anche l’uovo – poi divenuto anch’esso simbolo pasquale – che rimanda al concetto di “matrice cosmica degli Dei” e “sorgente” prima di tutte le cose. Ma anche qui l’uovo rimane infecondo senza il fuoco virile e attivo, che interviene per il tramite di Thor che con il suo martello e la sua folgore, lo stesso Fuoco Celeste e principio virile visto prima, feconda l’uovo e lo “rompe” per sprigionare il potenziale di vita in esso racchiuso. 

Il significato ultimo dell’Equinozio è dunque quello dello sposalizio divino, della Sintesi tra Cielo e Terra e della generazione della nuova vita, ma la Vita che sorge da questo matrimonio mistico non è appunto solo quella nata dalla generazione materiale, che ne è solo l’aspetto esteriore.  La Vita che irrompe a Marzo è dunque molto più che una promessa di rigenerazione: è il frutto di Luce che eternamente partecipa allo splendore, e che va fatto nostro. È vita “intellegibile” come viene definita da Giuliano Imperatore, che non si limita ad avere un ruolo nel caduco ciclo di nascita e ritorno alla terra ma che partecipa a quella scintilla divina nata nel buio solstiziale, divenuta fiammella a Imbolc/Candelora/ e ora risplendente di luce aurorale, vita pronta a percorrere il cammino ascendente indicato dai raggi di Helios e che si appresta ad accompagnare il suo percorso celeste se correttamente plasmata e guidata.

Carlomanno Adinolfi e Flavio Nardi

Note
1 – Flavio Claudio Giuliano, Inno alla Madre degli Dei in Uomini e Dei, ed. Mediterranee
2 – Julius Evola, La Tradizione Ermetica, ed. Mediterranee
3 – Alessandro Giuli, Venne la Magna Madre, ed. Settimo Sigillo

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