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Roma, 2 giu – “State allegri e sani e ricordatevi talvolta di me” così scriveva dal fronte il soldato triestino Carlo Stuparich. Nato a Triste il 3 agosto 1894, a detta di molti sarebbe diventato uno dei più importanti scrittori del 1900 se non fosse scomparso prematuramente. Carlo Stuparich era fratello di Giani, anch’esso scrittore e soldato eroe della Grande Guerra.
Dopo aver compiuto gli studi primari, Stuparich si trasferì a Firenze dal fratello. Nel capoluogo toscano lavorò alla rivista “La Voce” per un breve periodo. Fervente interventista, Carlo non si lasciò perdere l’occasione di rendere omaggio alla sua nazione e, nel 1915, si arruolò volontario con l’esercito italiano (lui, infatti, era nato sotto l’Impero Austro – Ungarico pertanto non aveva cittadinanza italiana).
Nel maggio 1916 Carlo e Giani Stuparich partirono con il loro plotone verso il monte Cengio sull’altopiano di Asiago nei pressi di Tonezza del Cimone per resistere ad un attacco austriaco alla I Armata. Gli austriaci avanzavano imperterriti e annientarono l’armata italiana. “Su questo triste e pittoresco altipiano dove si contrasta la violenza siamo d’avamposti; mi sento solitario nella mia umida grotta e ho bisogno di comunicare e di ricordare. Ricordo il mare specialmente e quando in questa prima estate si andava in cerca di campagna” così scriveva ai suoi cari il 27 maggio, pochi giorni prima della sua morte. Il 30 maggio, infatti, Carlo Stuparich era rimasto solo con pochi compagni a difesa della postazione. Nulla poté il piccolo gruppo di soldati contro l’avanzare del nemico che superiore per numero di uomini e per equipaggiamento conquistò il monte dopo, però, quattro ore di estenuante combattimento.
Stuparich morirà in combattimento donando il suo sangue ed il suo talento alla madre Patria. A lui è stata assegnata una medaglia d’oro al valor militare: “Nobilissima figura tempra di soldato, volontario dall’inizio della guerra, si votò con entusiasmo alla liberazione della terra natia. Comandante di una posizione completamente violata, di fronte a forze nemiche soverchianti, accerchiato da tutte le parti, senza recedere di un passo, sempre sulla linea del fuoco animò e incitò i dipendenti, fulgido esempio di valore, finché rimasti uccisi e feriti quasi tutti i suoi uomini e finite le munizioni, si diede la morte per non cadere vivo nelle mani dell’odiato avversario”.
Tommaso Lunardi

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