Roma, 11 mag – L’anno scorso fu tutto un “poporopopopopo” a caso, random, per la vittoria dei Maneskin agli Eurovision. Quest’anno, stesso approccio, anche se è difficile che vinca l’Italia. In ogni caso, chiunque trionfi in quello che – alla fine – è un festival musicale (per carità, niente di male), le riflessioni sono abbastanza amare.

Eurovision, valvola di sfogo per chi non ha nessuna patria a cui volere bene

Se la sono presi con la Grande Guerra, con il fascismo, con Enrico Mattei, con Bettino Craxi, in estrema sintesi con tutti coloro che hanno avuto una visione per questo Paese. Non propongono alternative di nessun tipo, si badi bene. Per loro l’unico patriottismo è quello del quartierino di casa tenuto bene e con i rifiuti bene in ordine. Se si parla di passioni e hobby, ci si sfoga, nell’inutilità generale. E sono rognosi pure in quello, perché pure gli hobby possono andar male, se troppo importanti per la tradizione italiana, come – che so – la nazionale italiana di calcio o la Ferrari in Formula 1. Troppo prestigiose e hanno scritto troppo la storia. Meglio interessarsi di sport in cui non contiamo nulla, in cui magari siamo la sorpresa, meglio ancora se di nicchia: quindi sì al tennis, sì al rugby. Lì va bene esaltare, che tanto si sa bene – ammesso che ci sia un exploit, come nel primo caso – quanto prima si tornerà con tutta probabilità a giocare un ruolo secondario o addirittura inutile.

E va bene anche esaltare patriotticamente la musica, quindi bene l’Eurovision, manifestazione anche gradevole nelle sue regole e nella sua struttura, ma che, sostanzialmente, è la valvola di sfogo per chi non vive mai l’Italia, non ne difende niente e peggio ancora vede sempre con sospetto ogni suo ruolo prestigioso o valido in questo povero mondo. Non solo: guarda con fastidio anche solo l’idea o l’ambizione di recitarlo. Meglio vincere un festival musicale, che non è cosa troppo impegnativa. E, per carità, non troppi tricolori, che quelli fanno male alla salute.

La mancanza di uno scopo

Nelle manifestazioni esteriori di cui sopra, quel “patriottismo della raccolta differenziata” di cui mi permetto di ripetere la definizione, la cosa che manca sempre è uno scopo concreto, visto che si parla sempre di manifestazioni effimere di ciò che siamo. E anche tra le manifestazioni effimere, va ribadito come lo scarto e il continuo sputare su calcio e Formula 1 sia abbastanza indicativo: perfino nel frivolo, meglio mettere da parte ciò in cui veramente abbiamo scritto la storia. Perché l’Italia degli ultimi decenni è stata formata così. A concentrarsi su tutto ciò che sia inutile a una sua riscossa. Ammaestrata a dire sì agli altri. A meno che non conti nulla.

Stelio Fergola

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2 Commenti

  1. E’ come un Sanremo, in versione quasi pienamente internazionale, per accattivarsi educando in modo mellifluo i cuori indeboliti ed esterni al sistema.

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