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Roma, 19 mag – I centoventi anni dalla nascita di Julius Evola sono un’ottima occasione per tornare a parlare di un filosofo quanto mai «maltrattato» dalla cultura ufficiale, che ha fatto del «politicamente corretto» le colonne d’Ercole del lavoro degli studiosi. Un anniversario accompagnato dalla recente ripubblicazione dell’autobiografia spirituale evoliana, Il cammino del cinabro, che ci costringe a superare le barriere e i tabù imposti da certo giornalismo di bassa leva e studiare in modo scientifico e oggettivo una delle testimonianze intellettuali, spirituali ed esistenziali più significative del Novecento. Il pensiero di Evola è un labirinto dotato di numerosi ingressi, i quali, senza eccezione, conducono al cuore della sua Weltanschauung. Dipende, com’è stato detto in più occasioni, dall’«equazione personale» di ciascuno scegliere l’una o l’altra via.
La lezione evoliana non manca certo di attualità. In particolare – ma non solo – sono le opere del secondo dopoguerra a essere strumenti indispensabili di chi sia disposto e intenzionato a fare i conti con il proprio tempo. Di fronte alle «rovine», tanto materiali quanto spirituali, che costellavano l’Europa degli anni Cinquanta, Evola scelse di non arrendersi al nichilismo generalizzato di una politica che aveva abdicato al proprio compito demiurgico, continuando la propria battaglia attraverso due opere in passato considerate contrapposte, ma in realtà «complementari», come scrisse Gianfranco de Turris nel suo Il Barone e i terroristi.
Pubblicate a un decennio di distanza l’una dall’altra, Gli uomini e le rovine e Cavalcare la tigre vennero scritte entrambe tra il 1951 e il 1953. È una complementarietà data anzitutto dai rispettivi «pubblici»: che operino sul piano politico o su quello interiore ed esistenziale, sono comunque individui intenzionati a non fuggire a un mondo moderno al quale sentono di appartenere per ragioni anagrafiche ma non spirituali. Se, da un lato, questa doppia cittadinanza pare riprendere la dottrina stoica dei due Stati formulata da Seneca (il che conferma l’appartenenza evoliana alla migliore tradizione classica), dall’altro assume tinte essenzialmente metafisiche. Avvertita l’irriducibile estraneità che oppone l’uomo differenziato evoliano di Cavalcare la tigre alla modernità in cui si trova a vivere, la sua sarà una condotta essenzialmente apolitica.
Non si tratta – come è stato sostenuto in più occasioni – di un “arretramento” rispetto al precedente libro, e per due ragioni: anzitutto per motivazioni di ordine storico, in quanto, come già detto, entrambe le opere furono scritte nello stesso periodo. In secondo luogo, l’apolitìa di Cavalcare non è un ripiegamento innanzi a un mondo considerato inaffrontabile, e nemmeno una fuga romantica all’interno di quell’Io di memoria cartesiana che Evola e altri testimoni della “letteratura della crisi” sempre criticarono. L’uomo differenziato non si astiene a priori dalla partecipazione alle cose di quel mondo cui ha giurato vendetta. Il suo è un distacco interiore – laddove decida di partecipare alla vita moderna, rimane sempre presente a se stesso, senza cedere spiritualmente alle seduzioni della contemporaneità. In ciò è del tutto simile all’Anarca di Ernst Jünger, che «esplica le proprie guerre anche quando marcia allineato nei ranghi con gli altri». Ma si tratta anche di un tipo umano nel quale è presente una dimensione più che materiale.
È un atteggiamento che caratterizza peraltro buona parte della produzione evoliana del secondo dopoguerra: vedasi, ad esempio, l’articolo La gioventù, i beats e gli anarchici di destra, raccolto nel volume L’arco e la clava mentre infuriava il Sessantotto. È lo stesso titolo a evocare il contesto nel quale fu scritto, vale a dire la cosiddetta «contestazione». In mezzo a folle che si battono strenuamente per l’una o l’altra ideologia, anarchico di Destra è colui che dispone di punti di riferimento tradizionali. Sono questi ultimi a orientarne la dissidenza, rendendola efficace e integrale: egli «sa quello che vuole, ha una base per dire “no”». Evola concepì questo tipo umano – il cui orizzonte è analogo a quello di Cavalcare, definito in più occasioni, non casualmente, «manualetto dell’anarchico di destra» – come plausibile e necessaria alternativa tanto alla gioventù inebetita quanto al modello dei contestatori a tutti i costi, i quali si fanno partigiani di cause spesso legittime, ma del tutto prive di un orizzonte più ampio. Basti pensare alle derive della contestazione sessantottina per cogliere l’attualità di queste considerazioni…
Cosa mancava ai contestatori di allora? Cosa manca, in fin dei conti, ai loro nipoti che oggi affollano le piazze? Una forma interiore in grado di garantire una portata solida alle proprie contestazioni. È proprio quando viene meno questa forma a farsi necessaria la via dell’apolitìa indicata nelle pagine degli Orientamenti esistenziali per un’epoca della dissoluzione. Qui i rischi connessi alla modernità vengono intesi come prove alle quali l’individuo è chiamato. Non potendo astrarsi dal proprio tempo né eluderne le domande epocali, deve attraversare il nichilismo, frequentare il mondo in cui dio è morto, facendo leva su se stesso, sulla “doppia cittadinanza” di cui sopra, fisica e metafisica. Come affronterà la decadenza che avviluppa la modernità? Interiormente, nella persuasione che la reale crisi nasce nel momento in cui l’individuo non riesce a essere all’altezza del proprio tempo, secondo quell’atteggiamento spesso definito realismo eroico.
L’apolitìa metafisica evoliana, in sostanza, ben lungi dall’essere una diserzione, un atteggiamento remissivo, è interamente connessa alla dimensione della responsabilità. Una dimensione che, spesso squalificata, molto avrebbe da insegnare agli ex-contestatori di ieri e a quelli di oggi. E che, a centoventi anni dalla sua nascita, rende Julius Evola un titano, in mezzo alla miseria del nostro presente.
Andrea Scarabelli

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