Fortunata Castellitto Mazzantini Roma, 30 mag – “Ma se i torpigna dopo averci invaso piazza di Spagna ci invadono anche Cortina… allora non lo so! Vendiamoci la casa!” diceva la signora Covelli nella storica scena di Vacanze di Natale ’83, pellicola vanziniana capostipite di tutti i cinepanettoni. Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto sono come la signora Covelli. La distanza che li separa da Tor Pignattara e in generale dalla periferia romana è la stessa, altrimenti spiegare un film mediocre, rigonfio di luoghi comuni, sostanzialmente inutile, come Fortunata, risulta davvero difficile. E’ chiaro, penserete. Se vai a vedere al cinema un film scritto da Margaret Mazzantini, diretto da Castellitto, con Jasmine Trinca e Stefano Accorsi, sei colpevole. Questo lo ammetto. Ma una volta abbandonata l’idea (dopo quindici minuti) di vedere il film seriamente ed entrati nel mood “Maccio Capatonda”, in realtà la visione della pellicola assume anche un senso. E’ in fondo divertente vedere come una coppia di radical chic con villa ai Parioli, provi a impelagarsi in questa storia di periferia piena “di vita che pulsa e di problemi”.

La storia è questa. Fortunata (Jasmine Trinca) è una madre separata di una trentina d’anni che cresce da sola la figlia di 8 anni in quartiere difficile di Roma. Per introdurci in questa “realtà difficile” Castellitto ci fa vedere i murales con scritto “Quadraro” e “Tor Pignattara” (wow), i cinesi che si allenano in sincro (visto e rivisto) e gli arabi che pregano (così capiamo ci caliamo in questa realtà multietnica, visto che ai parioli ci stanno ancora solo i domestici filippini) e gli adesivi “i love Torpigna” sul frigorifero (ah che bello l’orgoglio popolare di questa povera gente). Per campare lei fa la parrucchiera a domicilio, in nero, ma insegue il sogno di aprire un suo negozio dove poter fare messe in piega e shatush alle coatte di zona. Ad aiutarla nel suo sogno c’è er “chicano” (Alessandro Borghi), un tossico sfigato con la madre, ex attrice di teatro, malata di Alzheimer. A rendere più difficile la vita di Fortunata c’è l’ex marito (Edoardo Pesce), guardia giurata destroide, violento, razzista, che la umilia insultandola e violentandola, che la critica per come cresce la figlia. La figlia di Fortunata vive un rapporto conflittuale con lei, a causa della separazione e alla “propaganda” del padre contro la madre, cosa che la porterà ad andare dallo psicologo “buono” Patrizio (Stefano Accorsi), il cui grande apporto sarà quello di dire alla bambina di credere in se stessa.

Tutto, dai dialoghi, alla scenografia, alla sceneggiatura dei personaggi, è surreale. La regia sembra una scopiazzatura al ribasso di Ozpetek, come testimonia ad esempio l’improbabilissimo clan delle amiche coatte e sguaiate di Fortunata. Non parliamo poi delle musiche, come “Vivere” di Vasco alla fine del film quando Fortunata risolverà finalmente tutti i suoi conflitti. Ma che siamo negli anni ’90? I dialoghi poi sono insostenibili, l’alternanza tra questo forzato romanesco di borgata e un italiano lontanissimo dal parlato di tutti i giorni, con frasi tipo “ma non capisci che io ho una deontologia professionale?”, o “ti devi sentire libera, è stato per troppo amore”. La scena in cui poi Accorsi racconta del padre marinaio che lo ha abbandonato dopo essere salito su un cargo e non essere più tornato, ritrovato dopo anni e anni in Costa d’Avorio sulla spiaggia con le scimmie dove si era aperto una bisca, è a dir poco grottesca, sembrava un elogio comico a Manuel Fantoni e invece parlava sul serio. Ma tutto nel film è forzato e sopra le righe, spesso anche volutamente. Come la presenza del tema di Antigone introdotto tramite l’espediente narrativo della madre ex attrice del Chicano, ribadito ogni tre per due all’interno del film. Ovviamente attraverso l’interpretazione psicologica e sociale del mito tanto cara al campo progressista, dove Antigone è un’eroina che si ribella al patriarcato.

Così anche Fortunata, per quanto sia un’incapace e una fallita totale, ritroverà la sua libertà dopo aver risolto i suoi conflitti con gli uomini della sua vita. La fine del senso di colpa nei confronti del padre tossico, che lei stessa aveva lasciato affogare da bambina. L’arresto di Chicano per il quale non dovrà più essere una madre sostitutiva. La resa del marito, che si scopre incapace di gestire la figlia nonostante ne avesse avuto l’affidamento, che non riesce a sparare a Fortunata con la pistola (chiaro prolungamento psicologico del suo pene) e si rivela un vigliacco. L’allontanamento dello psicologo Patrizio, che sembrava la via di fuga per lei, l’approdo sicuro e che invece se ne va anche lui in Africa, “scappa”, così come aveva fatto il padre. E così lei, finalmente libera dal patriarcato, sarà finalmente libera di crescere da sola la figlia nonostante sia una deficiente.

Un pippone cosmico diretto solo formalmente da Castellitto ma dove la mano della Mazzantini è più evidente, con le azioni dei personaggi determinate esclusivamente dai loro traumi infantili. D’ora in poi Fortunata sarà il nuovo paradigma, la nuova pietra angolare del fallimento del cinema italiano, il duo Mazzantini-Castellitto sostituisce Ozpetek nella conclamata incapacità di uscire da uno schema che preveda i drammi esistenziali, la psicologia d’accatto, la descrizione stereotipata di realtà sociali difficili, i diritti. Ultima domanda: ma perché il Mibact avrebbe dovuto finanziare questo film? La risposta è probabilmente racchiusa in due inquadrature: quella dove si vedono i migranti sbarcare in tv, con Accorsi che decide di donare al suo impegno in Africa la vincita appena ottenuta al Lotto (altra cosa anacronistica, ma chi cazzo ci gioca più al Lotto?) e il volantino sempre nello studio di Accorsi sui corsi di autodifesa femminile. Che merda.

Davide Di Stefano 

 

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8 Commenti

  1. E noi paghiamo queste merde! L’interesse culturale sarebbe per le storie di falliti, mediocri, donnine, immigrati, condito con melenso sentimentalismo plebeo e con tanta di denigrazione per chi non la pensa come i radical-chic. Ma ormai il cinema italiano e romano di cinecittà è di uno squallore inguardabile, ormai più che film produce flautelenze. A confronto Checco Zalone gira capolavori hollywoodiani.

  2. Voglio sperare (per te) che l’articolo sia frutto della tua indole “hater”, piuttosto che (riprendendo quanto tu stesso scrivi) il naturale prolungamento del (tuo)pene.

  3. Chissà che direbbe il padre di questo genio magistrale del romanzetto rosa. Per non parlare di benedetto croce. E se questa è la voce più alta della letteratura italian, come qualcuno l’ha definita, poi non dobbiamo meravigliarci dell’inconsistente tessuto della nostra società. Chi lòa ama e la adora non risparmia neanche quel poveraccio succube di castellitto: i film non sono all’altezza dei romanzi. e meno male, forse qualcosa alla fine si salva.

  4. l’autore di questo articolo, prima di giudicare il lavoro di altre persone, dovrebbe imparare a fare il suo. Le recensioni e le critiche dovrebbero servire a fare una descrizione ponderata e razionale del film in questione, non sterili critiche da bar (critiche dalle quali si evince che l’autore ha è capito ben poco del film, del suo senso ultimo). Che dire poi dell’espressione colorita con cui ha chiuso la sua opera d’arte. Volgare, banale, ridicola, probabilmente rappresentativa della sua mentalità.

  5. Ha raccontato la storia di Fortunata meglio di quanto possa aver fatto Castellitto. Dopo aver letto la recensione ho pensato: secondo me a Lei il film è piaciuto. Anche a me.

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