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Roma, 4 nov – Il decano di Repubblica, Eugenio Scalfari, non smette mai di deliziarci con i suoi succulenti editoriali. L’ultimo è un concentrato di strafalcioni storici, sentimenti antinazionali e demenza senile. L’argomento è il centenario di Vittorio Veneto. Prendendo le mosse da un articolo di Aldo Cazzullo pubblicato sul Corriere della Sera, Scalfari prova a ribaltarne le conclusioni: la Prima guerra mondiale non fece affatto la nazione. Di più: «Combattere non basterà mai a rendere un popolo sovrano». E noi che pensavamo che – grazie al sacrificio di 600mila fanti – trentini e triestini tornarono finalmente cittadini italiani (e sovrani), invece di essere sudditi di un impero straniero…
Ebbene, nell’interpretazione del primo conflitto mondiale, Scalfari rimprovera a Cazzullo di aver dimenticato «la strage degli ebrei (Shoah) e le conseguenze politiche che ne derivarono. Del resto la Grande guerra produsse la Marcia su Roma del 28 ottobre del 1922 e la ventennale dittatura del Duce e del Fascismo. Bastava questo evento, che Cazzullo sottovaluta, per far sorgere qualche dubbio su quello che ha scritto». Capito? Nazario Sauro, Filippo Corridoni e Cesare Battisti – secondo la fantasiosa ricostruzione del fondatore di Repubblica – sarebbero corresponsabili nientemeno che dell’Olocausto. A parte questa curiosa lettura degli eventi, ovviamente insostenibile in sede storiografica, è anche un altro elemento dell’editoriale che fa sorridere: mentre alcuni storici di sinistra – nel tentativo di ricostruire un patriottismo democratico e una religione civile per gli italiani – si stanno impegnando da anni a dissociare Grande Guerra e fascismo, o comunque a ridimensionare questo nesso storico, Scalfari ci dice che no, la marcia su Roma è la diretta conseguenza di Vittorio Veneto. Il che era, alla lettera, la stessi tesi di Benito Mussolini.
Ma Scalfari non si ferma qui. Per sostenere la sua teoria, cioè che una guerra non fa una nazione, l’anziano editorialista si avventura in una rilettura globale della storia nazionale. Partendo addirittura da Romolo: «Lo spirito di costruire una città, difenderla dai nemici, ampliarne il territorio e la popolazione, combattere non già per difendersi ma per vincere e conquistare un potere sempre crescente: questa fu la strada di Romolo». Il senso di questa digressione storica, per Scalfari, sarebbe che «dalla caduta dell’Impero fino ad oggi il popolo italiano non c’è più, se per popolo si intende il cosiddetto popolo sovrano». In buona sostanza, in assenza di sovranità non esisterebbe alcun popolo. E poco importa che sussistano memoria comune, radici etniche, lingua, religione e cultura condivise. Seguendo il ragionamento di Scalfari, in pratica, anche quello ebraico – al tempo della schiavitù in Egitto o sotto la dominazione romana – non sarebbe stato un popolo. Una teoria alquanto bislacca, si converrà.
Il senso finale della lectio magistralis di Scalfari, ad ogni modo, è che, nonostante alcune eccellenze nelle arti, «in generale ci siamo rivelati un Paese mediocre». Chissà, forse è vero, se rileggiamo la storia d’Italia come un lungo periodo di servaggio e umiliazioni, invece che come un succedersi di secoli in cui l’unità nazionale – perfezionata sotto il principato augusteo – non venne mai meno, e anzi servì da mito mobilitante per il Risorgimento, allorché gli italiani vollero, appunto, ri-sorgere, ossia tornare all’antica unità e all’antica grandezza. Un mito che animò quegli italiani più consapevoli che, nelle trincee della Grande Guerra, sognarono un’Italia finalmente libera, sovrana e potente. Ma tutto questo deve apparire ben poca cosa a uno come Scalfari che, non a caso, vorrebbe diluire e annientare gli italiani in un grande meticciato universale. Un consiglio, caro direttore: lasci stare la storia patria. Decisamente non fa per lei.
Valerio Benedetti

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2 Commenti

  1. Perchè mio nonno, classe ’22, è morto e questa merda di Scalfari è ancora a giro a scrivere cazzate?

  2. La grande guerra rimane per tutte le potenze europee un evento dannoso: il principio della fine di un primato politico e culturale. Coloro che la cominciarono, Austria Ungheria, Impero Russo,Impero Germanico o scomparvero o subirono metamorfosi traumatiche.
    L’italia ebbe Trento, Trieste, e poi Fiume ed un lembo di Dalmazia. Ma ebbe anche il Fascismo, che con i suoi principi ci porto’ a perdere tutto questo ed anche altro. Ciò non toglie onore e gloria ai caduti, che furono vittoriosi. Ma il dolore per quei caduti ha un senso diverso e più duro, che la gloria non nasconde: sarebbe stato meglio, se essi fossero vissuti. La grande guerra fu qualcosa di assai diverso dalle Termopili.

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