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Roma, 5 nov – Passato il 4 novembre, si può archiviare la manifestazione di CasaPound a Trieste per la Vittoria nella Grande Guerra considerandola un successo del movimento. Non solo per la riuscita numerica e organizzativa o per le valenze simboliche e metapolitiche di una ricorrenza così impegnativa, ma anche e soprattutto nel confronto con la controparte, che può dirsi senz’altro vinto. Ciò sicuramente in termini morali, vista la scia di violenza e sporcizia fisica e morale lasciata dietro di sé dall’eterogenea accozzaglia antifascista. Ma anche in termini numerici, considerato che la Diocesi di Trieste e l’associazionismo (pseudo)cattolico, l’ANPI, i sindacati di sinistra, tutti i partiti antifascisti dal PD al Potere al Popolo, i centri sociali  e persino i vetero-titini venuti da Slovenia e Croazia, sono riusciti a portare in piazza un numero di manifestanti non molto distante da quello di CasaPound.
Tuttavia la narrazione offerta dai quotidiani locali e nazionali è stata piegata ad esigenze di disinformazione giunte a livelli  grotteschi. A chiusura di una campagna allarmistica e mistificatoria portata avanti da mesi dal quotidiano Il Piccolo di Trieste contro CasaPound, che per la sua faziosità e pretestuosità è stata stigmatizzata persino dall’assessore regionale alla sicurezza del Friuli Venezia Giulia Pierpaolo Roberti, oggi la testata triestina ha offerto ai suoi lettori la consueta omelia antifascista de giornalista e scrittore Paolo Rumiz (“Trieste riscopre la sua passione civile contro l’onda nera ma l’Europa non c’è”, Il Piccolo, 5 novembre 2018, pag. 5) .
Omelia ovviamente strabica e poco credibile dal punto di vista della correttezza e dell’attendibilità giornalistica visto che il Rumiz, noto esponente della sinistra intellettuale triestina, nella giornata del 3 novembre è stato parte in causa, partecipando personalmente al corteo antifascista con tanto di bandiera dell’Unione Europea sulle spalle. Ovviamente Rumiz, nel tracciare un bilancio dei due cortei tenutisi sabato scorso a Trieste, si è ben guardato di rammentare la devastazione lasciata dai manifestanti antifascisti lungo il loro passaggio, o di ricordare i cori indecenti a favore delle foibe, o il pestaggio del locale rappresentante del Partito Democratico a opera di estremisti di sinistra.
Risultano tuttavia surreali le grottesche affermazioni sul corteo di CasaPound contenute nell’articolo, quale quella su “I simboli esposti, le musiche wagneriane esprimevano qualcosa di profondamente anti-italiano e lontano dalla nostra anima mediterranea”. Ora, chi conosce un pò CasaPound sa bene quanto durante questi ultimi anni il movimento si sia adoperato per la riscoperta delle più autentiche radici mediterranee, romane, italiche, rinascimentali e risorgimentali. Ma nel caso di specie, a fronte a una vasta scelta di brani di Verdi (dagli scenari tipicamente nordici come quelli di Nabucco e Aida…), Rossini, Vivaldi e altri, Rumiz è andato maliziosamente a cercare con il lanternino l’unico brano wagneriano suonato durante il corteo, La cavalcata delle valchirie.
Questo da parte di chi accusa CasaPound di essere ostile all’Europa, mentre il movimento, pur valorizzando precipuamente la cultura italiana, rivendica anche il comune patrimonio culturale e artistico europeo, cui appartengono le opere del grande musicista tedesco.
Nemmeno con un enorme sforzo di immaginazione è dato di sapere dove invece Rumiz abbia visto le immaginarie  “bandiere nordiche” (il tricolore italiano, le bandiere con la tartaruga frecciata del movimento o il fulmine iscritto nel cerchio del Blocco Studentesco) o l’ancor più fantomatica “coreografia celtica”.
Per quanto riguarda l’accusa secondo cui quelle di CasaPound erano “truppe di occupazione”, che “non esprimevano Trieste ma il resto d’Italia”, e che “si materializzavano in un corteo di immigrati totalmente estranei allo spirito della città e del confine”, chi era presente al corteo ha potuto ascoltare intorno a sé il melodioso dialetto triestino non solo dei militanti della comunità di CasaPound Trieste o dei numerosi membri delle sezioni locali delle associazioni combattentistiche e d’arma, ma di moltissimi cittadini triestini, non iscritti al movimento, che hanno partecipato al corteo, senza tenere conto dei tantissimi che da bordo strada applaudivano e incoraggiavano i manifestanti.
Per finire, Rumiz non ha mancato di attingere al più trito e abusato dei luoghi comuni della retorica della (morente) sinistra antifascista, quello femminista, lamentando “una sfilata a maggioranza maschile quasi totale”, dato che per lui “la donna era, come c’era da aspettarselo, relegata a un ruolo secondario e servile rispetto al maschio guerriero”. E niente: le tantissime militanti e simpatizzanti di CasaPound presenti alla manifestazione, arrivate da ogni parte d’Italia, se ne faranno una ragione, e saranno proprio risate femminili quelle che più di tutte seppelliranno le elucubrazioni del povero Rumiz.
Carlo Altoviti

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3 Commenti

  1. Questo Rumiz pro dittatura finanziaria europea, dato che la BCE è privata e per statuto non presta denaro agli stati,fà una proiezione tipica in psicologia dicendo “esprimevano qualcosa di profondamente anti-italiano e lontano dalla nostra anima mediterranea”
    In realtà parla a se stesso proiettando sugli altri il suo essere; appunto quello di essere profondamente anti-italiano.Parli allo specchio la mattina e dica le cose che rivolge agli altri a se stesso; sempreche’ non si faccia schifo e ribrezzo

    • Ciao, ebbene si. Anche se si dovrebbe leggere per intero il fantasioso – (passami l’eufemismo “fantasioso”, non mi va di offendere persone che politicamente sono oramai all’ultimo repsiro). Qui il passaggio dell’articolo: “Quelle di Casa Pound erano truppe di occupazione. Non esprimevano Trieste ma il resto d’Italia. Si materializzavano in un corteo di “immigrati” totalmente stranei allo spirito della città e del confine.” Questo è quanto.

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