Home » Jan Palach e il linguaggio del fuoco: l’Europa che ha resistito oltre la cortina

Jan Palach e il linguaggio del fuoco: l’Europa che ha resistito oltre la cortina

by Sergio Filacchioni
0 commento
Jan Palach

Roma, 16 gen – Il 16 gennaio 1969, nel cuore di Praga, Jan Palach attraversa piazza San Venceslao con la lucidità di chi ha già oltrepassato il punto di non ritorno. Si cosparge di benzina e si dà fuoco. Soccorso, ripete ai medici una frase che è al tempo stesso spiegazione e accusa: «Non sono un suicida». Per tre giorni, tra l’ospedale e l’agonia, tenta di chiarire il senso del proprio gesto attraverso alcuni scritti lasciati nella cartella clinica e una breve intervista concessa dal letto, mentre la voce fatica a uscire da un corpo devastato dalle fiamme. Muore il 19 gennaio. Il chirurgo che lo operò ricorderà che Palach era pienamente consapevole della propria fine e che voleva una sola cosa: essere compreso fino in fondo. L’obiettivo non era la morte, ma la rottura dell’assuefazione, lo shock necessario a spezzare l’arrendevolezza verso un regime divenuto insopportabile.

Jan Palach e la Primavera di Praga

Il funerale del 25 gennaio assume immediatamente una dimensione politica di massa. A Praga confluiscono circa seicentomila persone; la città si riempie di bandiere nere, gruppi di giovanissimi si alternano sotto la statua di San Venceslao per reggere un drappo funebre accanto alla bandiera cecoslovacca. Un cartello, essenziale e implacabile, fissa il senso di quel luogo: «Qui si è dato fuoco uno studente ventenne». Il lutto diventa terreno di contesa. Nel 1973 le autorità costringono la famiglia a spostare la salma, divenuta meta di pellegrinaggi silenziosi, minacciando in caso contrario la fossa comune. La “torcia” continua a spaventare il potere anche dopo la morte. Solo nel 1990, con la fine del blocco sovietico, le ceneri di Palach potranno tornare a Praga. Quello di Jan Palach non è tuttavia un episodio isolato, ma il punto di massima visibilità di una stagione più ampia. Il suo gesto si colloca in un contesto storico in cui l’auto-immolazione, atto estremo e irreversibile, diventa linguaggio politico quando lo spazio pubblico è chiuso, la censura neutralizza le parole e l’opposizione è ridotta al silenzio. Non un modello celebrativo, ma un segnale insieme disperato e lucido. Come scrisse Céline, le uniche verità che contano sono quelle pagate con il proprio sangue. La ferita di Praga racconta una di queste verità.

Per comprendere fino in fondo la portata di quel gennaio 1969 occorre allargare lo sguardo. Il fuoco come forma di protesta contemporanea entra nell’immaginario globale alcuni anni prima, l’11 giugno 1963, a Saigon, quando il monaco buddista Thich Quang Duc si cosparge di benzina e si dà fuoco contro la persecuzione religiosa nel Vietnam del Sud guidato da Ngo Dinh Diem. La scena è documentata da giornalisti americani avvisati in anticipo: Duc si siede in posizione del loto, recita un mantra, accende un fiammifero. Dopo la cremazione, secondo la tradizione, il suo cuore rimane intatto e viene venerato come reliquia; nelle settimane successive altri buddisti seguiranno il suo esempio. La fotografia di Malcolm W. Browne, destinata a fare il giro del mondo, trasforma quell’atto in un’immagine-evento capace di attraversare frontiere e blocchi ideologici. Una protesta interpretata dai media dei Paesi comunisti come “anti-imperialista” diventa, paradossalmente, fonte d’ispirazione anche per i dissidenti all’interno dell’orbita sovietica.

Da Varsavia a Budapest e Kyiv

Già nel 1968, prima di Palach, l’Europa orientale conosce il linguaggio del fuoco. L’8 settembre, a Varsavia, durante la festa del raccolto allo stadio e alla presenza delle massime autorità dello Stato, Ryszard Siwiec, impiegato cinquantanovenne, si cosparge di solvente e si dà fuoco per protestare contro la partecipazione delle truppe polacche all’occupazione della Cecoslovacchia. Uomo conservatore, radicato nella tradizione nazionale e cristiana, con il ritratto di Piłsudski appeso in casa, Siwiec si prepara con cura e registra un messaggio su nastro: «Tutti voi, in cui arde ancora una fiammella di umanità, risvegliatevi! Ascoltate il mio grido!». Arrestato immediatamente, sorvegliato in ospedale dalla polizia segreta, muore dopo quattro giorni. Il suo gesto viene quasi cancellato: perfino Radio Free Europe, pur informata, inizialmente non ritiene la notizia attendibile. Solo dopo Palach, nel marzo 1969, la vicenda emergerà con chiarezza. Pochi mesi dopo, il 5 novembre 1968, a Kyiv, Vasyl Makuch – ex membro dell’Esercito ucraino d’insurrezione e detenuto politico – si cosparge di benzina e si dà fuoco sul viale Kreshchatyk, vicino al mercato di Bessarabia. Corre verso l’attuale Piazza dell’Indipendenza urlando «Abbasso i colonizzatori comunisti! Viva l’Ucraina libera!», slogan contro l’occupazione della Cecoslovacchia e contro il dominio comunista. Muore il giorno seguente, con ustioni sul settanta per cento del corpo. La repressione prosegue anche dopo: la moglie viene arrestata, il funerale sorvegliato dal KGB, i partecipanti fotografati, la famiglia spinta verso l’isolamento e la miseria.

È dentro questo contesto che il gesto di Palach assume una forza particolare. Non è soltanto una protesta nazionale, ma il momento in cui una serie di dissensi frammentati trova un volto, un nome, una piazza. E soprattutto una risposta di massa. Nei giorni immediatamente successivi, la Cecoslovacchia conosce una catena di emulazioni e tentativi. Il 20 gennaio 1969, a Plzeň, l’operaio venticinquenne Josef Hlavatý si cosparge di cherosene e si dà fuoco in una piazza dal forte valore simbolico; muore cinque giorni dopo. Il presidente Ludvík Svoboda annuncia il caso in televisione, tentando di dissuadere i giovani dall’emulazione, mentre radio e stampa di Stato cercano di ridurre tutto a problemi personali e alcolismo, spezzando il nesso politico. A Budapest, lo stesso giorno, il sedicenne Sándor Bauer si dà fuoco sulla scalinata del Museo Nazionale; interrogato in ospedale dalla polizia segreta, viene dichiarato in arresto e liquidato come malato mentale. A Praga, il 25 febbraio, Jan Zajíc diventa la “Torcia n. 2”: muore sul posto lasciando un appello in cui denuncia che, nonostante Palach, «la vita sta tornando sui vecchi binari» e invita a non lasciarsi calpestare da «quattro dittatori». Nel maggio 1969, a Jihlava, l’operaio trentanovenne Evžen Plocek si dà fuoco con manifesti che recitano «La verità è rivoluzionaria» e «Sono per il volto umano, odio l’insensibilità»; anche in questo caso la notizia viene rapidamente soffocata.

Da Berlino a Riga, Escoffier a Parigi

Questa è la vera profondità di quella stagione: non una sequenza morbosa di tragedie, ma una battaglia portata colpo su colpo per impedire alla memoria ufficiale di soffocare quella del sangue. Ogni regime tenta la stessa operazione: ridurre il gesto a squilibrio individuale, depressione o problema personale; medicalizzare il dissenso; impedire il contagio simbolico; controllare funerali e narrazioni; isolare famiglie e testimoni. È accaduto anche nel 2013, subito dopo il sacrificio rituale di Dominique Venner nella cattedrale di Notre-Dame. Eppure la fiamma continua a circolare. Nel 1969, a Riga, lo studente di matematica Ilja Rips tenta di auto-immolarsi davanti al Monumento alla Libertà ed è internato in clinica psichiatrica; nel 1972, a Kaunas in Lituania, Romas Kalanta accende due giorni di proteste represse con arresti e licenziamenti; nel 1976, nella Germania dell’Est, il pastore evangelico Oskar Brüsewitz si dà fuoco contro l’oppressione ideologica; nel 1978, in Crimea, Musa Mamut si auto-immola contro la deportazione dei Tartari.

In questo quadro si colloca anche il controcampo occidentale di quella stagione. Il 10 febbraio 1977, sugli Champs-Élysées, durante una manifestazione anticomunista davanti all’ufficio Aeroflot, un giovane uomo in giacca e cravatta si stacca dalla folla con due taniche di plastica, entra nella hall, sparge benzina e si dà fuoco gridando «comunisti assassini». Si chiama Alain Escoffier, è un impiegato di banca nato a Lione nel 1949, sposato con una cittadina della Germania Est che non vede da anni a causa del Muro di Berlino, padre di una bambina. Muore poco dopo all’ospedale Foch di Suresnes. Aveva dichiarato di ispirarsi a Jan Palach. In Francia l’episodio viene rapidamente archiviato come gesto di uno squilibrato, e la memoria si spegne nel giro di pochi giorni. Perchè in fondo, la democrazia liberale applica lo stesso schema del potere comunista: neutralizzare, rimuovere, dimenticare.

Jan Palach come simbolo per l’Europa

L’errore più grande dell’Europa contemporanea è continuare a pensarsi esclusivamente come Occidente. L’Europa non è stata solo atlantismo, democrazia liberale e benessere amministrato: è stata anche quella larga parte di continente che oltre la cortina di ferro è riuscita a emanciparsi dal giogo sovietico pagando il prezzo pieno del sangue. Un’Europa che, nonostante la pialla comunista, ha mantenuto intatta la propria identità storica, spirituale e nazionale. Jan Palach appartiene a questa genealogia. Non parla il linguaggio della protesta compatibile, ma quello del sacrificio come atto politico totale. La sua voce è la stessa dei monaci tibetani insorti contro il regime cinese, parla la stessa lingua genetica di Dominique Venner e di Yukio Mishima. Non è una lingua sentimentale né moraleggiante: è la lingua del coraggio e le parole dell’azione. Un richiamo che attraversa epoche e confini e che oggi indica agli europei una direzione precisa: il ricongiungimento in una lotta di liberazione che non è più soltanto geopolitica, ma prima di tutto spirituale e culturale.

Il nemico che abbiamo di fronte è oggi più insidioso dei carri armati di Mosca – che ancora vengono sguinzagliati contro l’Europa – perché agisce a livello dell’anima. È l’egemonia culturale antifascista che, per conto del capitale finanziario, lavora alla distruzione dell’identità; è l’occupazione culturale ed economica americana che sostituisce l’uomo con il consumatore; è una classe dirigente apolide e prezzolata che sta demolendo il sogno europeo riducendolo a mercato e procedura; è una Russia e un’America che, al di là delle bandiere, si rivelano come sinonimi dello stesso male. Jan Palach resta una linea di demarcazione. Ricorda all’Europa che la libertà non è un diritto amministrato, ma una conquista tragica; che l’identità non è un residuo folkloristico, ma una posta in gioco esistenziale; che peggio di un comunista – lo sappiamo bene – c’è solo un democratico quando pretende di cancellare la forza dei simboli in nome della normalità.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati