Roma, 24 lug – La crisi di governo ha certificato la morte del giornalismo nel nostro paese. Una professione d’orgoglio ed importanza notevoli nel corso della storia, che ha sempre posto quale fulcro della propria esistenza l’utilizzo dello spirito critico e la capacità analitica superiore alle valutazioni generiche ed alla difesa perpetua, talvolta ingiustificata, del proprio schieramento ideologico.

Giornalismo italiano, la morte

Eppure, anche e soprattutto nell’ambito di “competenti” e “professionisti dell’informazione” è stata dimostrata l’incapacità di esercitare valutazioni figlie di uno spirito critico ragionevole. Ad esempio, nell’ambito degli ambienti rinomati del giornalismo nostrano, a torto o ragione ritenuti esempio professionale per molti, non vi è stata alcuna presa d’atto dell’impossibilità del governo Draghi di proseguire il proprio lavoro nel rispetto di esigenze e volontà popolari. Allo scoppio della crisi di governo il dibattito si è prontamente incentrato sulla necessità presunta di proseguire con l’azione dell’esecutivo ed evitare il ritorno alle urne, onde evitare il rischio di vittoria della destra che “avrebbe messo a rischio il PNRR e la legge di bilancio”. Inoltre, il discorso di Mario Draghi in Senato di mercoledì 20 luglio è stato da molti accolto o giustificato, nonostante la propria evidente arroganza, mancanza d’educazione istituzionale, capacità politica di rispettare il dibattito parlamentare e tenere coesa o quantomeno congiunta una maggioranza di governo già lacerata da diversità ideologiche e clima di campagna elettorale.

Nessuna voglia di raccontare o criticare

Eppure, il panorama giornalistico dovrebbe superare l’impegno e l’onere dell’oggettiva descrizione dei fatti e della difesa della linea ideologica di ogni singola fazione interna alla stampa, criticando se necessario anche gli schieramenti più vicini e compatibili con la propria visione. Eventualità auspicabile ma non riscontrata neanche in questa settimana, dove l’informazione ai cittadini italiani è stata preconfezionata e resa insipida, priva di fondamento istituzionale e rispetto per la necessità di apportare valutazioni effettive degli eventi, lontane se necessario da linee precostituite. Una pagina triste che spinge a riflettere ed osservare quel che accade in altri stati, dove la stampa è spesso critica ed esigente più con gli esponenti politici ed istituzionali di area che con i naturali avversari.

Tommaso Alessandro De Filippo

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1 commento

  1. E pensare che davano addosso, snobbando, pure ai giornali e ai giornalisti di partito… Oggi sono loro però ad essere finiti nel vicolo davvero cieco.

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