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Le origini psicologiche dello scontro politico

by Michele Cucchi
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Roma, 22 dic – Alle origini dello scontro politico, prima ancora della questione prettamente ideologica, c’è la dimensione psicologica individuale, la proiezione collettiva dell’esperienza individuale si tramuta solo in un secondo momento in dottrina.

Psicologia individuale, piano collettivo

Sembrerebbe scontato, ma questa è una dimensione fin troppo trascurata, siamo abituati a concepire lo scontro come una dicotomia prettamente teorica e materialista, convinti che al centro della contesa vi sia la legittimità o meno della proprietà privata dei mezzi di produzione, quando spesso i giovani che si avvicinano ai gruppi politici possiedono a malapena il portafoglio.

La verità è che la politica non è altro che psicologia individuale tramutata sul piano collettivo. Non si tratta altro che di individui le cui esperienze personali e inclinazioni innate li hanno portati a confluire in uno degli schieramenti. Con grandi differenze, ovviamente, nelle conclusioni tratte da queste esperienze: questo è in fin dei conti il nocciolo della contrapposizione, non tanto la sterilità del dibattito politico in sé.

Marx e gli istinti più bassi dell’animo umano

Se ogni individuo spesso porta con sé un trascorso incisivo, fatto di esclusione, umiliazione, senso di ingiustizia, desiderio di riscatto e riconoscimento, da una parte abbiamo Marx, che reagisce con la trasposizione collettiva del risentimento individuale, la volontà di abbattere i “padroni” e di chiunque rappresenti l’eccellenza, poiché vista come ingiusta o intrinsecamente derivante da una qualche forma di sfruttamento. È l’appello agli istinti più bassi dell’animo umano, una frustrazione profonda e distruttiva, che di fronte all’impossibilità di ascendere, spinge al rovesciamento del sistema, alla distruzione di tutto ciò che è stato creato in precedenza perché interpretato come frutto di una serie di oppressioni sistemiche, ciò porta all’odio verso se stessi e alla negazione della propria storia.

Il concetto è quello di buttare all’aria la scacchiera piuttosto che accettare le regole del gioco. Il capriccio e l’impotenza si trasformano in una struttura ideologica fondata sull’invidia e sulla morale degli ultimi, che sminuisce e criminalizza la forza e glorifica l’uguaglianza.

Lo scontro politico secondo Nietzsche

Dall’altro lato c’è Nietzsche, che parte spesso da una ferita simile, ma da ciò trae conclusioni opposte: l’accettazione della durezza della realtà, le difficoltà personali non giustificano in nessun caso l’autocommiserazione e la debolezza, ma stimolano l’ubermensch al miglioramento e alla volontà di potenza.

Chi è forte non cerca di livellare o abbattere chi è più in alto, ma accetta la legge naturale e ne scala la gerarchia. Il suo obiettivo non è distruggere i padroni, ma diventare egli stesso padrone, creare nuovi valori in contrapposizione con la morale degli schiavi in tutte le varie declinazioni. Siano esse cristiane, marxiste o liberali, contro il culto della vita comoda, della pace eterna e dell’edonismo.

Il riscatto non deriva dalla negazione della vita stessa, accusata di essere ingiusta e opprimente, ma dalla comprensione e matura accettazione della natura inestirpabile e sistematica della sopraffazione e della gerarchia. Una persona può cambiare idea, partito e bandiera nel corso del tempo, complici le esperienze individuali, ma il background psicologico, ossia la struttura interiore, non può essere scalfita più di tanto, le motivazioni che portano ad abbracciare determinate convinzioni, rimangono la stesse. Ciò che muta è la forma ideologica, non la struttura psicologica da cui essa origina.

Michele Cucchi

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