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Roma, 6 lug – Gli scienziati americani hanno recentemente condotto uno studio sulla straordinaria resistenza delle costruzioni romane. Non potendo comprendere nel profondo lo spirito che ha animato la civiltà romana, si sono concentrati sulle analisi dei materiali utilizzati e hanno stabilito che, mescolando cenere vulcanica, malta, tufo e acqua si ottiene un manufatto inattaccabile dal tempo.
Sono stati presi ad esame inizialmente i mercati traianei nel centro di Roma e il porto romano a Pozzuoli, poi, in collaborazione con i geologi italiani hanno studiato l’antico molo romano Portus Cosanus a Orbetello.
Peccato non aver potuto studiare anche le due biblioteche fondate da Traiano, optimus princeps, i cui materiali utilizzati sono descritti come magnifici, ma soprattutto perché contenenti tutto il sapere greco e latino: nonostante tutto ciò, sono state distrutte dai fondamentalisti proto Isis dei tempi.



D’altra parte, fu lo stesso spirito demoniaco e distruttore a far sì che i principali monumenti di età romana furono abbattuti per ricavarne marmi e materiali da utilizzare nella costruzione delle nuove chiese.
Uno stesso filo conduttore collega, anche ai nostri tempi, le distruzioni operate dall’Isis a Palmira o dai talebani con le statue del Buddha in Afghanistan.
Non fa quindi meraviglia che in Italia ci siano proposte volte a distruggere i marmi del Foro italico o, ad esempio, il monumento della Vittoria a Bolzano (in questo caso, non potendolo abbattere, ci si è accontentati, per il momento, di coprirlo).
In questo senso, si possono operare della macrodivisioni: da una parte, in ogni tempo, i grandi costruttori di civiltà, ispirati dalla bellezza e animati dal senso del sacro. Dall’altra i demolitori, portatori di uno spirito arido e desertico, che vogliono cancellare tutto quello ritenuto incompatibile con le loro verità dogmatiche.
Al contrario, grande rispetto era portato dai romani verso tutti i templi, come dimostra l’esempio narrato da Tito Livio a proposito del censore Q. Fulvio Flacco. Questi stava costruendo il tempio della Fortuna Equestre, promesso in voto durante la guerra Celtiberica. Con l’obiettivo di aggiungere un grande ornamento al tempio con tegole in marmo, fece scoperchiare per metà il tempio di Giunone Lacinia. Le tegole furono trasportate a Roma con le navi ma, quando il senato venne a conoscenza dell’origine delle tegole il censore fu convocato e aspramente rimproverato per le sue azioni.

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Così descrive Tito Livio: “Un censore, creato a governare i costumi, al quale era affidato dalle usanze degli alleati di tenere in modo acconcio gli edifici sacri e conservarli…rendeva colpevole di sacrilegio il popolo Romano, quasi che gli Dei immortali non fossero dappertutto gli stessi, ma bisognasse onorare gli uni con le spoglie degli altri”. Fu stabilito quindi che le tegole fossero riportate indietro.
Non solo, quando tempo dopo riferirono a Flacco che un figlio era morto in combattimento e un altro era affetto da una grave e pericolosa malattia, il dolore e la paura oppressero l’animo di Flacco e i servi lo trovarono impiccato nella stanza. Alcuni pensarono che Fulvio Flacco avesse perso la ragione proprio a causa dell’ira di Giunone Lacina.
Attenzione ai profanatori della storia e del sacro: tutto il male compiuto, inevitabilmente, gli si ritorcerà contro!

Marzio Boni

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