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Messina, 3 feb – Quella del Ventennio fascista è stata un’avventura storica troppo ampia per essere banalmente demonizzata o ridotta a solo folclore nostalgico. Si può condividere o meno l’ideologia inaugurata da Mussolini, ognuno tragga le proprie conclusioni e dibatta sulla storia come meglio crede, ma è incontestabile e oggettivo l’apporto strutturale e infrastrutturale realizzato dall’Italia fascista nell’arco di soli vent’anni. Le stupefacenti e funzionali opere urbanistiche, artistiche e architettoniche non si possono discutere infatti, specialmente se dopo quasi un secolo non si sono ancora superate o sostitute con qualcosa tale da renderle obsolete.
Gli anni ’30 in particolare sono una stagione di rinascita per la Sicilia, una terra splendida con una storia affascinante quanto tortuosa. Dopo il terremoto del 1908, il rilancio dell’isola si compie nel 1939, quando in soli due anni lo Stato erige la nuova stazione marittima e ferroviaria di Messina, una città che dopo il disastro subito trent’anni prima torna ad essere protagonista nelle comunicazioni e negli scambi. Il razionalismo dell’architetto Mazzoni prende forma grazie ai marmi di Sicilia, ai graniti di Calabria e ai massi vulcanici dell’Etna, ma è soprattutto impreziosito dal salone panoramico dei mosaici posto nel lato nord della stazione verso il mare. Per realizzare l’opera fu scelto Michele Cascella, paesaggista preferito a Mario Sironi, artista affermato ma ritenuto troppo d’avanguardia. L’artista abruzzese produce un maestoso affresco sulla storia della Sicilia inserendovi al centro la rappresentazione del discorso di Benito Mussolini tenuto nel ’37 a Palermo, quando definì la Sicilia “Centro dell’Impero”.  Il comune viaggiatore in attesa delle navi ha così la possibilità d’ammirare le stupefacenti lastre colorate in pasta di vetro realizzate dall’Opificio delle Pietre Dure del Vaticano. I suggestivi effetti cromatici ottenuti compongono nello stile del Novecento i templi classici della Magna Grecia, la figura di Archimede, i Normanni, i Vespri siciliani, i garibaldini, ma anche una figura femminile rappresentante la Trinacria. Segue una madre che allatta, due bambini che giocano, pescatori fieri del proprio lavoro e infine l’esaltazione dell’Impero: idrovolanti, navi da guerra, soldati e camicie nere asserragliate intorno al Duce. Da notare, in prima fila: badili, covoni di grano insegne imperiali e fucili, tutti allineati sullo stesso piano.
Nel corso del dopoguerra l’opera subisce gravi danneggiamenti, complici i vandali antifascisti e l’incuria in cui cade la stazione, tanto che una parte dell’affresco risulta compromessa. Tuttavia l’effige di Mussolini è più forte del degrado, poiché ricoperta da uno strato di intonaco rivelatosi provvidenziale. Dopo decenni di abbandono, l’opera è fortunatamente oggetto di tre interventi di restauro che permettono un degno recupero.
Nonostante tutto, oggi il salone non è dignitosamente fruibile. Come ha potuto constatare il fotografo Andrea De Palma, la galleria è difficilmente accessibile, dimenticata dalle istituzioni, dalla società di competenza e lontana quindi rispetto ai cittadini. La serie di mosaici è  lasciata a sé stessa e alla sporcizia, mentre il resto della stazione è ostello di sbandati e triste contenitore di rifiuti. I giorni di festa in cui questo gioiello d’arte e di funzionalità veniva donato alla nazione sembrano davvero molto lontani, specialmente se si accenna, anche minimamente, un impietoso confronto tra le opere pubbliche dell’oggi con quelle d’allora.
Alberto Tosi
Foto di Andrea De Palma – https://fascismoinmostra.it/


 

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