Roma, 13 apr – Oggi, proprio mentre papa Francesco esortava gli studenti del Liceo Visconti di Roma a “liberarsi dalla droga del telefonino“, è venuta fuori la storia della 12 enne francese in gita a Venezia che si è gettata dal primo piano dell’hotel dove soggiornava perché il prof le aveva sequestrato il cellulare. Ecco, neanche a farlo apposta, la riflessione di Bergoglio – che ha anche snocciolato il solito buonismo da social – coglie il punto della questione. “Il telefonino è un grande aiuto, è un grande progresso; va usato, è bello che tutti sappiano usarlo – spiega il Pontefice – . Ma quando tu diventerai schiavo del telefonino, perderai la tua libertà“. Per il Santo Padre “il pericolo è di ridurre la comunicazione in semplici contatti. La vita non è per contattarsi: è per comunicare“.

La comunicazione è interrotta

La comunicazione infatti è interrotta. E non ce lo deve ricordare il Papa. Sì, perché se una 12 enne – anche se sono ancora in corso le indagini – reagisce buttandosi di sotto dal primo piano soltanto perché i prof le hanno sequestrato il cellulare qualcosa è andato storto, nella comunicazione. I docenti non sanno cogliere le fragilità degli studenti, forse. Tant’è che la punizione per il chiasso di cui si erano lamentati i veneziani – il sequestro degli smartphone – è arrivata dopo che la scolaresca continuava a fare casino. E se i prof hanno ritenuto il sottrarre i cellulari una punizione più efficace dei richiami è perché ben sanno quanto i loro studenti tengano all’aggeggio in questione.

Nessuno strumento è cattivo in sé

Bergoglio sottolinea quanto il telefonino in sé sia uno strumento del progresso, una cosa bella. Pertanto è l’uso che se ne fa o l’abuso – in questo caso – a renderlo qualcosa di malefico. Ecco, ancora una volta questi due episodi –  il Papa che lancia l’allarme dipendenza da smartphone e la giovane “intossicata” che si getta dalla finestra – non fanno che darci il polso della situazione: si è perso il senso della misura. Se andiamo a vedere bene, tutte le aberrazioni di questa società (e parliamo degli adulti, adesso) che corre appresso a diritti – il diritto in sé non è un male, sia chiaro – a ben vedere ridicoli eppure reclamati con serissima convinzione a dispetto di quei doveri che nessuno vuole più “accollarsi” sono riconducibili al fatto che si sia persa la misura di sé. L’atomizzazione individualistica, quell’autoreferenzialità che al massimo accomuna delle fastidiosissime, insopportabili minoranze ha interrotto la comunicazione. Eppure tutti, ma proprio tutti, parlano (troppo).

Adolfo Spezzaferro

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