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prodotti artificiali naturaRoma, 20 mag – Tutti quanti possiamo testimoniare questa recente tendenza della cultura occidentale, nelle più svariate forme: c’è chi mangia solo cibo con l’etichetta bio, chi non fa vaccinare i figli, chi si cura coi fiori di bach, chi non vuole il cibo industriale perché contiene sostanze chimiche



In questi ultimi giorni abbiamo visto il dibattito sui vaccini, abbiamo visto politici e persone di spicco affermare, contro ogni evidenza scientifica, che i vaccini sarebbero dannosi o inefficaci. Questo non è soltanto un attacco ai vaccini, questo è un attacco all’intera medicina moderna, che viene accusata sin dal ’68 delle più svariate colpe, accuse sempre puntualmente smentite. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, ciascuno di noi può affermare di aver sentito qualcuno dire di preferire le “cure naturali” alla medicina moderna, oppure di aver visto una pubblicità su internet o in televisione che sponsorizzava un prodotto asserendo che si tratti di un “prodotto naturale”. Insomma, c’è una generica convinzione, nell’inconscio collettivo occidentale, che tutto quanto sia naturale sia in qualche modo migliore.

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Eppure, questa convinzione è scientificamente infondata. Non solo, è scientificamente priva di senso: si sente affermare che il cibo industriale o i medicinali sarebbero “pieni di sostanze chimiche”, ma una sostanza chimica è qualsiasi cosa sia composta di nuclei atomici ed elettroni. I pomodori dell’orto, la pioggia e i chihuahua sono tutti sostanze chimiche. Semmai, possiamo differenziare tra le sostanze chimiche sintetizzate dall’uomo e quelle presenti sulla terra senza intervento umano, ma anche qui la dicotomia non regge: il veleno dei cobra e il virus HIV sono presenti in natura senza essere stati prodotti dall’uomo. Inoltre, esiste un confine preciso tra quello che è costruito dall’uomo e quello che è costruito dalla natura? La farina è costruita dall’uomo, non si trova farina in natura. I vaccini sono costruiti dall’uomo, ma per costruirli si parte solo ed esclusivamente da sostanze presenti in natura. La paura dell’artificialità non fa appello alla razionalità, ma alle emozioni. Allora, a cosa è dovuta questa paura? Esistono due ragioni fondamentali, una in malafede ed una in buonafede.

La ragione in malafede, la più spaventosa, è una sostanziale ribellione delle forze titaniche e selvagge contro l’archetipo dell’uomo. Si tenga conto che viviamo nella stessa società in cui imperversano altrettante ideologie autodistruttive (multiculturalismo, gender), non è difficile presupporre che l’ideologia dell’anti-umanità sia solo una delle tante ideologie di autodistruzione. Si noti che la paura dell’artificialità riguarda generalmente la medicina e l’alimentazione, cioé i due aspetti legati intrinsecamente alla vita, al sostentamento. I maniaci del “naturale”, che camuffano le loro argomentazioni con parole sulla qualità della vita, de facto, affermano che dovremmo abbandonare la medicina e l’industria alimentare e ritornare alle condizioni “di natura”, cioé condizioni di completa sottomissione dell’uomo alle forze selvagge. Questo va contro la natura dell’uomo, che sa che la natura può essere sia nutrice che matrigna: l’uomo addomesticava un tempo il lupo per farne il cane da guardia, così come oggi addomestica i batteri per farne i vaccini. I sostenitori più accaniti dell’organico, non fatevi ingannare, sono quelli che affermano che dovremmo dormire in compagnia dei lupi. Una tendenza all’esaltazione della debolezza, della malattia e della fame. Altro che Blue Whale Challenge, la tendenza al suicidio ce l’abbiamo già da troppo tempo.

Ma c’è anche una ragione in buona fede dietro la paura della chimica. Ora, leggendo potrete avere la sensazione che chi scrive sia un accanito sostenitore dell’industria e della tecnica a tutti i costi. Ebbene, non ho memoria dell’ultima volta che abbia preso un farmaco, non mangio quasi mai cibo preconfezionato, cucino da me tutti i miei pasti, compro solo lo stretto indispensabile, amo camminare e dormire in montagna. Abbiamo visto come, scientificamente, non ci sia alcuna differenza sanitaria tra cibo industriale e prodotti naturali; e allora, perché ci sentiamo meglio davanti ad un piatto cucinato dalla nonna che non davanti ad una scatola di fagioli del supermarket? La spiegazione trascende la razionalità: la risposta è che il cibo fatto in casa ha un’anima. La ragione è più o meno la stessa per cui a Natale si preferisce costruire i regali che comprarli: il valore emotivo di qualcosa va oltre la gretta materialità, e anche questo è caratteristica fondamentale dell’uomo. Chiamamiamolo pure effetto placebo, da tutto questo la società occidentale dovrebbe trarre una conclusione:  smetterla di trattare le emozioni come un rifiuto. Se da un lato l’industria permette una maggiore produttività e una migliore efficienza di risorse, dall’altro ne soffre l’unicità e il valore emotivo delle cose, con tutti i risvolti psicologici che ne conseguono. Gioco forza che l’inconscio collettivo sociale ne esca con un rifiuto interiore verso qualsiasi cosa sia percepita come artificiale, moderna o industriale.

In sostanza, non c’è nessun complotto dietro: non ci sono i Rothschild che mettono le sostanze chimiche nei vaccini per tenerci tutti sotto controllo mentale, c’è semplicemente una taratura di fondo nella modernità. Benché sia innegabile che il progresso tecnologico ci abbia donato migliori cure, case più calde e resistenti e prodotti più facilmente disponibili, il progresso fuori controllo e fuori coscienza ha causato delle evidenti nevrosi, che starà a noi risolvere. Ma tra far diventare l’uomo schiavo del selvaggio o schiavo della macchina possono e devono esistere numerose sfumature.

Edoardo Pasolini

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