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Netanyahu scopre le carte: “Gli Usa mi riferiscono ogni giorno”

by Sergio Filacchioni
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Netanyahu

Roma, 14 apr – C’è un momento, nelle dinamiche di potere, in cui ciò che normalmente resta implicito viene detto ad alta voce. Non per errore, ma perché qualcuno decide che può permetterselo. La frase pronunciata da Benjamin Netanyahu rientra esattamente in questa categoria: “Mi riferiscono ogni giorno”. Non un’indiscrezione trapelata in una fuga di notizie, ma una rivendicazione pubblica. All’indomani dei negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, il premier israeliano ha dichiarato di ricevere aggiornamenti quotidiani direttamente dall’amministrazione americana, e direttamente dal vicepresidente J.D. Vance.

Netanyahu ci spiega perchè i negoziati non hanno successo

Il dato, preso in sé, è già sufficiente a demolire alcune narrazioni. Non siamo davanti a una semplice alleanza o a una convergenza strategica. Siamo davanti a un livello di coordinamento che viene esibito senza più alcuna cautela. Mentre Washington negozia con Teheran, informa quotidianamente Tel Aviv. Non è una novità assoluta nella sostanza, sia ben chiaro, ma lo è nella forma: raramente un rapporto di questo tipo viene dichiarato in modo così esplicito. È qui che la reazione iraniana diventa interessante, più ancora del contenuto polemico. Il vicepresidente Mohammad Reza Aref ha parlato apertamente di “umiliazione” per gli Stati Uniti, sostenendo che la Casa Bianca si sarebbe trasformata in una sorta di terminale informativo per Israele. Una dichiarazione prevedibile sul piano diplomatico, ma che intercetta un punto reale: quando una potenza globale accetta di rendere visibile un simile livello di subordinazione operativa, il problema non è più soltanto propagandistico.

Il tavolo negoziale è stato sabotato in partenza

Per capire la portata di questa affermazione bisogna inserirla nel contesto reale dei negoziati. A Islamabad, nel cuore del Pakistan, le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono incontrate in un vertice blindato, con un tavolo che nelle intenzioni avrebbe dovuto aprire una fase nuova. La realtà è stata diversa: nessun accordo, nessuna svolta, solo una stretta di mano formale e il ritorno a Washington e Teheran. I nodi sono rimasti tutti sul tavolo. Il controllo dello Stretto di Hormuz, che Teheran vuole mantenere imponendo anche un pedaggio alle navi; il diritto all’arricchimento dell’uranio, che l’Iran non intende negoziare; e soprattutto il Libano, dove la richiesta iraniana è chiara: niente negoziato senza la cessazione degli attacchi israeliani. È proprio su questo punto che il quadro si complica e si chiarisce allo stesso tempo. Mentre i negoziati erano in corso, Israele ha intensificato le operazioni in Libano, contribuendo di fatto a rendere impraticabile qualsiasi accordo. Non è un dettaglio, perché se uno dei prerequisiti posti da Teheran viene sistematicamente sabotato sul terreno, il tavolo negoziale diventa una formalità destinata a saltare. E infatti è saltato.

Chi guida, Washington o Tel Aviv?

In questo contesto, la frase di Netanyahu assume un significato completamente diverso. Non è la semplice vanteria di un leader. È la fotografia di un meccanismo. Se Washington aggiorna quotidianamente Tel Aviv mentre tratta con Teheran, allora Israele non è un attore esterno al negoziato, ma un soggetto che incide direttamente sulle sue possibilità di riuscita, a prescindere dalle dichiarazioni di Trump. Non serve immaginare catene di comando occulte: basta guardare la sequenza degli eventi. Da una parte gli Stati Uniti che accettano di negoziare su basi imposte dall’Iran perché si sono fatti coinvolgere in un vicolo cieco strategico; dall’altra Israele che agisce sul terreno proprio sui punti più sensibili per far saltare quelle stesse condizioni. La parole di Aref, intercettano quindi un punto reale: gli Stati Uniti si muovono dentro una rete di vincoli che rendono impossibile una gestione autonoma della crisi. Non stanno arretrando, non stanno scegliendo la de-escalation come opzione strategica. Stanno cercando di uscire da uno stallo senza avere il pieno controllo delle leve necessarie per farlo.

Uno stallo in cui Trump si è lasciato infilare

Lo stallo, infatti, è il dato centrale. Washington si trova in una posizione in cui non può vincere sul piano strategico e non può permettersi una sconfitta. Lo Stretto di Hormuz resta sotto controllo iraniano, l’opzione di un’invasione terrestre è fuori discussione, e ogni escalation rischia di produrre effetti devastanti sull’economia globale prima ancora che sul piano militare. In questo quadro, le minacce di Donald Trump – dalla promessa di “spedire all’inferno” Teheran fino alla contraddittoria idea di bloccare le navi che attraversano uno stretto che teoricamente si vuole “liberare” – appaiono sempre più come tentativi di coprire una mancanza di direzione strategica. Ma resta la domanda più importante, quella che definisce il senso politico dell’intera vicenda: perché Netanyahu decide di esplicitare tutto questo? Perché rendere pubblico un livello di coordinamento che, per sua natura, dovrebbe restare opaco? Pensare a una semplice uscita egocentrica significa sottovalutare il contesto. Qui siamo davanti a un messaggio preciso. A Teheran, per chiarire che ogni trattativa passa inevitabilmente anche da Tel Aviv. A Washington, per ricordare che su certi dossier non esiste margine per disallinearsi: “siamo sulla stessa barca“.

Netanyahu tiene le briglie

Le parole di Netanyahu confermano ancora una volta ciò che stiamo dicendo da settimane: non esiste un’America che si ritira, non esiste una relazione tra pari, non esiste un negoziato davvero autonomo quando i livelli di interdipendenza arrivano a questo punto. Gli Stati Uniti cercano una via d’uscita da una guerra che non possono vincere, Israele spinge per mantenere alta la tensione su quei fronti che rendono impossibile qualsiasi accordo, l’Iran sfrutta lo stallo per consolidare la propria posizione. E nel mezzo, dichiarazioni come quella di Netanyahu segnalano chi tiene le briglie di chi.

Sergio Filacchioni

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