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Roma, 24 giu – Il 29 aprile 1945, nella macabra scenografia di Piazzale Loreto, c’era anche Nicola Bombacci. Forse l’ultimo che ci si attendeva di trovare in quella che un inorridito Ferruccio Parri definì «macelleria messicana». In effetti, nell’ordalia riservata ai capi del fascismo repubblicano, la sua presenza non poteva passare inosservata. Tra i fondatori del Partito comunista, Bombacci percorse una parabola senz’altro singolare, ma tutt’altro che unica: anche altri ex socialisti, delusi dallo stalinismo panslavista (e ben poco comunista), videro proprio nella Repubblica sociale italiana la grande possibilità di fare veramente la rivoluzione.

Da Lenin a Mussolini

A riproporre all’attenzione del pubblico il «comunista in camicia nera» è stata l’uscita di un nuovo saggio, La verità di Nicola Bombacci: Forlì-Mosca-Salò (1879-1945) del giovane studioso Andrea Scaraglino. Dopo i volumi dello storico defeliciano Guglielmo Salotti e del giornalista Arrigo Petacco, Scaraglino riassume in un libro agile e puntuale la vita politica di «Nicolino», uno dei pochissimi che poteva dare del tu a Benito Mussolini. Anche grazie a documenti inediti, l’autore fa luce sull’attività di Bombacci nel Partito socialista e nel nascente comunismo italiano. Ne emerge la figura di un politico idealista e pragmatico al tempo stesso, che non a caso godeva di grande autorevolezza tra i dirigenti dell’Unione sovietica, Lenin su tutti. Meglio dei Gramsci e dei Bordiga, coloro che poi l’avrebbero esautorato dal PCd’I, Bombacci seppe leggere l’evoluzione del quadro politico nazionale e internazionale, tentando di indirizzarlo in senso rivoluzionario.

Grande amico di Mussolini, con cui condivideva l’origine romagnola e la passione socialista, Bombacci aprì subito un canale di dialogo con il capo del fascismo all’indomani della marcia su Roma: perorò presso il Duce il riconoscimento ufficiale dell’Unione sovietica – l’Italia fascista fu infatti la prima nazione al mondo a compiere questo passo – e accolse con favore le aperture mussoliniane ai suoi ex compagni socialisti. Poi venne il delitto Matteotti e tutto saltò. Ma non è un caso che, nei tragici 600 giorni di Salò, uno degli accusatori della prima ora di Mussolini, il socialista Carlo Silvestri, condusse proprio insieme a Bombacci delle ricerche che scagionavano il Duce come mandante dell’assassinio di Matteotti (e Scaraglino dedica un intero capitolo alla vicenda).

Bombacci in camicia nera

L’autore analizza poi il percorso politico che portò Bombacci dal comunismo al fascismo. Non si trattò affatto di una mossa opportunistica, ma di una decisione maturata al termine di una riflessione profonda e travagliata. L’obiettivo era sempre lo stesso: fare la rivoluzione contro il grande capitale. E così Mussolini rivolle vicino a sé il suo compagno di antiche battaglie: dapprima assicurò un corposo finanziamento a La Verità, la rivista diretta da «Nicolino» dal 1936 al 1943, e in seguito lo fece assurgere a suo consigliere durante i mesi febbrili di Salò. Qui Bombacci lavorò alla stesura del Manifesto di Verona e svolse un ruolo di primo piano nella più grande realizzazione della Rsi: la socializzazione delle imprese.

Per rendere l’idea del credito di cui vantava Bombacci presso il proletariato italiano, non si può non citare il suo grande comizio di Genova, tenuto il 17 marzo 1945, a circa un mese dalla sconfitta militare. Qui accorsero circa 30mila operai per ascoltare il canto del cigno del «comunista in camicia nera». Un discorso che ebbe un successo e un’eco enormi, e che riassume alla perfezione il senso della militanza politica di Bombacci: «Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre». E ancora: «Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno. […] Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. […] Ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario». Catturato insieme al Duce, Bombacci finirà fucilato a Dongo con gli altri gerarchi del Pfr. Non prima, però, di aver gridato in faccia ai suoi aguzzini: «Viva l’Italia! Viva il socialismo!».

Valerio Benedetti

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