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Il ruolo delle Ong: avanguardia della “Grande Sostituzione”

by La Redazione
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ongRoma, 18 apr – Nel preciso momento in cui sta esplodendo l’immigrazione incontrollata, seguita dal fallimento di Schengen e del modello di integrazione europeo, alcuni attori continuano a distinguersi per l’ostinata capacità di fare gli interessi del capitale e dei fautori della Grande Sostituzione (il più delle volte senza neanche accorgersene). Ci riferiamo alla vasta galassia delle Ong, molto spesso organizzazioni paladine dell’accoglienza “senza se e senza ma”, del tutto disinteressate agli sconvolgimenti che il caos migratorio possa portare nel tessuto sociale dei paesi ospitanti, già alle prese con diversi problemi interni. Movimenti come “no ai confini” raccolgono consensi in un’Europa senza bussola, intrisa di razionalismo e pensiero debole, nemica di ogni identità e orgoglio. Proprio alcuni attivisti europei sono stati la causa dei recenti scontri avvenuti a Idomeni, quando hanno annunciato un’inesistente apertura del confine macedone infiammando le masse. E pensare che persino da alcuni pensatori marxisti di rilievo è arrivata una precisa critica verso l’annacquamento dei confini, dell’identità e il progressivo sfaldamento dello Stato. Uno dei più lucidi, Costanzo Preve, scrisse: “paradossalmente, da circa trent’anni, il ceto universitario ha scoperto che le nazioni non esistono, che sono state inventate in epoca romantica da poeti e scrittori, e che sono semplici “comunità immaginarie”. Naturalmente, non è affatto vero. Le nazioni esistono, i popoli esistono, e soltanto le oligarchie finanziarie ed i loro intellettuali asserviti vorrebbero distruggerle”. Insomma, come pretendere di combattere il sistema se poi se ne accettano tutte le premesse?

Il discorso non finisce qui: negli ultimi tempi si stanno moltiplicando Organizzazioni Non Governative che fungono da vere e proprie cinghie di trasmissione con il fondamentalismo islamico. Talvolta create direttamente da militanti jihadisti dietro il paravento dell’”aiuto umanitario”, parola magica per le elités occidentali. Alcune delle più pericolose sono sorte in Turchia (Fondazione per gli aiuti umanitari di Istanbul) e Kosovo (Akea), come ha scritto il reporter Fausto Biloslavo, due paesi cari ai “sinceri democratici” europei e americani.

Il ruolo della grande maggioranza di queste organizzazioni si conferma sempre più deleterio e strumentale. Molte associazioni occidentali non fanno altro che aggravare la complessità dei conflitti (pensiamo alla Siria), tentando di portare avanti gli interessi del paese d’appartenenza accanto al fantoccio dei “diritti umani“. Attivisti e gruppi organizzati sembrano faticare a capire che una nazione può esistere anche fuori dai parametri della democrazia parlamentare e del mercato. Un modo di pensare allineato all’alta finanza: “Le elites di tutti i paesi dovrebbero essere simili, omogenee, capitaliste, liberali e democratiche: in altre parole occidentali, indipendentemente dall’origine storica, geografica, religiosa e nazionale. Il progetto del mondo non-polare è sostenuto attraverso gruppi politici e finanziari molto potenti, dai Rothschild a George Soros ed alle sue fondazioni”, ha scritto Dugin. I due personaggi citati, non a caso, hanno spesso creato e sostenuto organizzazioni non governative filo-occidentali e profondamente destabilizzanti, fomentando le “rivoluzioni colorate” e le “primavere arabe”. Per allargare il discorso si può citare Joseph Ki-Zerbo, intellettuale del Burkina Faso, il quale denunciò apertamente le ingerenze delle Ong in tutta l’Africa, a cui veniva preclusa una via di sviluppo autonoma. In definitiva, al posto dei diritti universali, del modello occidentale e delle ambigue Ong sarebbe ora del ritorno della sovranità e di una diplomazia e di una Politica degne di questo nome.

Agostino Nasti

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