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Il peso della produzione petrolifera offshore sul totale. Il recente crollo degli investimenti potrebbe portare a un declino irreversibile dell’estrazione.

Vienna, 2 giu – Nonostante i rumors speculativi della vigilia, l’odierno meeting a Vienna dei paesi produttori ed esportatori di petrolio – il cartello meglio noto come Opec – si è concluso con un nulla di fatto: nessun accordo su qualsiasi quota massima di produzione di petrolio, né globale né tanto meno nazionale. I rappresentanti dell’Arabia Saudita hanno sostenuto a margine che “il mercato del petrolio va bene così com’è ed eventuali quote si decideranno a tempo debito”, per gli iraniani “non ha senso una quota complessiva in mancanza di vincoli nazionali”, per i kuwaitiani “non c’è alcun bisogno di quote”.

Non sarà una sorpresa per i lettori di questo giornale, che abbiamo recentemente informato delle ragioni per cui i petrolieri pompano come pazzi, la più importante delle quali – vale la pena ripeterla – è probabilmente la loro precisa consapevolezza della insuperabile sia la crisi delle economie consumatrici di petrolio, quelle manifatturiere cioè, in cui la micidiale combinazione della fine dell’energia a buon mercato, della denatalità accoppiata all’espansione della frazione di anziani assistiti, dell’automazione che ha espunto decine di milioni di lavoratori dagli impieghi più specializzati, della globalizzazione connessa alla delocalizzazione produttiva, della folle e suicida politica dell’accoglienza indiscriminata e autorazzista si è infine risolta nella inarrestabile compressione delle retribuzioni medie, la vera e unica base della domanda aggregata e soprattutto della sua crescita.

Se, del resto, la strategia saudita di mettere fuori mercato i produttori di petrolio di scisto americani ha avuto soltanto un limitato successo – la relativa produzione Usa è diminuita di circa 600mila barili al giorno dal picco di marzo 2015, anche se in totale (incluso il declino degli altri giacimenti) il calo ha raggiunto il milione di barili – la discesa dei pezzi prima, e la successiva parziale stabilizzazione poco sotto la soglia dei 50 dollari al barile, ha prodotto una distruttiva competizione tra i giacimenti offshore in acque profonde e quelli di scisto. A tutto vantaggio dello scisto americano, tanto che, secondo il sito specializzato Oilprice.com, pesi massimi dell’industria estrattiva come Conoco Phillips, Marathon Oil e Chevron si sono ritirati dai progetti in acque profonde o stanno per farlo. La ragione è abbastanza semplice e rimanda alla questione del costo capitale, cioè del debito: l’offshore richiede investimenti molto più grandi e a più lungo termine, mentre i flussi di cassa non possono attendersi prima di parecchi anni. Al contrario, i pozzi di scisto sono più economici, possono essere perforati in poche settimane e poco dopo inizia la produzione e questa è molto più prevedibile rispetto all’offshore: non c’è partita. Il problema è che l’estrazione offshore copre circa il 30% della produzione mondiale di petrolio, ossia circa 27 milioni di barili al giorno (di cui 22 di greggio), contro i circa cinque dello scisto (comunque in declino). I tassi di declino delle estrazioni offshore sono inferiori a quelli dello scisto ma maggiori rispetto ai tassi del petrolio convenzionale estratto a terra mediante pozzi verticali (circa il doppio). Se dovesse iniziare a declinare la produzione di petrolio offshore, questo probabilmente avverrà a una velocità dell’ordine del 15-20% all’anno, cioè fino a 4 milioni di barili al giorno nei primi anni, che – sempre secondo il citato articolo di Oilprice.com – rappresenta molto di più della capacità aggiuntiva disponibile nel complesso dei paesi Opec.

Rispetto al destino dei prezzi, la necessità per troppi produttori in giro per il mondo di piazzare il greggio a prezzi superiori a 80 dollari al barile (al minimo) per poter procedere con nuovi importanti investimenti nell’esplorazione e nell’estrazione si scontra con la possibilità dell’economia globale di sostenerne i relativi costi, come stabilimmo oltre un anno fa su queste colonne. In sintesi, i paesi produttori hanno bisogno di prezzi sempre più alti perché aumentano i costi di estrazione, mentre il sistema globale dei paesi manifatturieri e creatori del valore aggiunto reale arranca sotto il peso della deflazione innescata dalla domanda stagnante, seppellendosi sotto una montagna di eccedenze invendute, e ha disperato bisogno di petrolio a basso prezzo.

Tanto che, come illustrato dalla nota economista dell’energia Gail Tverberg nel suo ultimo intervento, il corrente livello di prezzo di circa 50 dollari al barile non accontenta né i produttori (che comunque sono costretti, appunto, a pompare come pazzi) né gli importatori, la cui soglia di sopportazione dei prezzi si abbassa di anno in anno. Soprattutto, questo livello dei prezzi – sostanzialmente insuperabile per l’economia mondiale – lungi dal consentire qualsiasi stimolo alla domanda aggregata, nonché foriero della cieca rincorsa al debito, pur suscettibile di portare a una relativa e traballante stabilità a medio termine sul piano dei prezzi, rischia concretamente di tradursi in un pesante e progressivo crollo delle forniture di petrolio ai paesi manifatturieri, in ragione del rapido declino degli investimenti nell’esplorazione e nell’estrazione. Seppure pochi potrebbero inizialmente accorgersene (la diminuzione della disponibilità è e sarà verosimilmente mascherata dal calo del fabbisogno), occorre sempre ricordare il principio di massima potenza, recentemente ricordato su queste colonne a proposito del declino dei consumi energetici italiani: tanta più energia viene consumata, tanto più ricca è un’economia. Così, lentamente ma inesorabilmente, muore la globalizzazione liberale e transnazionale.

Francesco Meneguzzo

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