Home » Cari “sbufalatori” di Open, lasciate stare il fascismo. Non fa per voi

Cari “sbufalatori” di Open, lasciate stare il fascismo. Non fa per voi

by La Redazione
1 commento

Roma, 19 mar – Il desolante livello giornalistico del nostro Paese è stato confermato, una volta di più, dalla compiaciuta «risposta» di Open alla nota affermazione di Tajani secondo il quale il fascismo avrebbe fatto «anche cose buone», come bonifiche e infrastrutture. Parole inaccettabili per i paranoici del politicamente corretto. Invece di aprire seri dibattiti storici o combattere finanza, precarietà e ricatti dell’Unione europea – confessati recentemente dagli ex ministri Saccomanni e Orlando – meglio tuffarsi a capofitto nella guerra al «fascismo in assenza di fascismo». La testata dei seguaci di Mentana ha voluto quindi chiarire che il movimento mussoliniano non avrebbe portato a termine sostanzialmente nulla. Bonifiche, lotta alla mafia, pensioni: tutta fuffa propagandistica. E così leggiamo che «il fascismo non cancellò la disoccupazione e la corruzione» come afferma non si sa bene chi: sembra la risposta piccata di un bambino delle elementari, che finisce però per ridicolizzare una discussione che ha tenuto, e tiene, impegnati fior di storici. Senza contare che, al di là delle chiacchiere da bar, anche i più strenui ammiratori del Ventennio – così come fecero già 70 anni fa i diretti eredi del Msi – non negano le complessità che caratterizzarono quel periodo storico, come d’altronde ogni epoca e la stessa natura umana. Il riferimento al dibattito scientifico – non alle forzate «tangentopoli nere» di giornalisti in cerca di visibilità – dovrebbe essere d’obbligo quando si toccano certi argomenti, al di là dei giudizi di merito e senza negare errori e orrori del regime. Riportiamo quindi alcune citazioni sui punti toccati da Open, per problematizzare i luoghi comuni diffusi. Da loro.

Mafia e fascismo

Secondo molti l’azione del regime tramite il prefetto Mori fu incompleta e propagandistica. Riportiamo in proposito le parole di Giuseppe Tricoli, professore di storia contemporanea a Palermo dal 1972 al 1995, membro dell’Istituto di Storia del Risorgimento e politico missino. Nacque e morì a Palermo, ed era amico fraterno di Borsellino nonché profondo conoscitore della storia siciliana: «La missione di Mori fu ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana. Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”». Il tutto si interruppe con la Liberazione: «È oltremodo significativo che il fronte agrario mafioso si sia ricomposto, tra il ’42 e il ’43, e quindi già in un momento di grave crisi dell’Italia fascista, proprio in avversione all’iniziativa di liquidazione del latifondo siciliano, fino a ricostituirsi come autentico blocco, prima a sostegno dello sbarco alleato, nel luglio ’43, poi come struttura portante, anche istituzionale, della Sicilia antifascista». Citazioni tratte da Il fascismo e la lotta contro la mafia, ISSPE, Palermo, 1989.

Pensioni

Pochi negano le continuità tra periodi storici e le prime riforme sociali dei governi liberali prefascisti. Indubbiamente però nel Ventennio si posero le basi per la modernizzazione del Paese, creando l’architrave di uno Stato sociale che ha retto brillantemente per decenni. Lasciamo la parola allo storico Giuseppe Parlato: «Nel marzo 1923 venne sancita la giornata massima lavorativa di otto ore (era il cavallo di battaglia dei socialisti prima della guerra) e nel dicembre successivo viene dichiarata obbligatoria l’assicurazione contro l’invalidità e la vecchiaia (quella vantata del 1919, ma che solo il fascismo convertì in legge ndr), primo passo per la creazione di una struttura pensionistica, prima inesistente in questa forma, perfezionata nel 1927 ed estesa agli eredi. La Carta del Lavoro sviluppa un’ideologia previdenzialistica e i campi d’intervento sono: perfezionamento e estensione dell’assicurazione infortuni (realizzati con decreto del dicembre 1926), delle malattie professionali (assicurazione contro la tubercolosi nel 1927, mutue obbligatorie nel maggio 1929), della disoccupazione involontaria. Fu poi istituito il contratto collettivo di lavoro e vengono introdotti gli assegni familiari. Nel 1935 viene introdotta la settimana lavorativa di 40 ore allo scopo di riassorbire la disoccupazione; fra il 1934 e il 1938 viene allargata a tutti i settori produttivi l’assicurazione obbligatoria di malattia; l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, prima della guerra molto ristretta, fu estesa a tutti i settori con la creazione dell’INFAIL (oggi INAIL), che sostituì la vecchia Cassa nazionale infortuni. Si definisce l’assicurazione contro le malattie professionali (prima sconosciute) e questa materia viene affidata all’INFPS (oggi INPS) che si potenzia diventando il vero motore dello Stato sociale. Sempre all’INFPS viene affidato il settore sempre più vasto dell’assicurazione contro l’invalidità e la vecchiaia, che a metà degli anni Trenta ha coperto tutti i settori produttivi e professionali.

Teniamo presente che, oltre ai provvedimenti qui ricordati, nascono anche l’Ente Opere Assistenziali del PNF e il Patronato Nazionale di Assistenza Sociale, organo legato al sindacato fascista, che si occupa di sensibilizzare nel mondo del lavoro la cultura previdenziale». E ancora: «nel 1941 viene introdotta la Cassa integrazione guadagni (che il sito dell’INPS dichiara essere stata creata fra il 1968 e il 1969). Ricordiamo anche le ferie pagate e l’invio di bambini nelle colonie estive e montane, nonché i treni popolari a supporto di chi andava in ferie. Furono provvedimenti adottati nella prima metà degli anni Trenta per permettere le ferie a chi non si era mai mosso di casa. Prima della Grande guerra in ferie andavano solo i ricchi. E tutto questo fu utile per lo sviluppo dell’ENIT (Ente Nazionale per il Turismo)». Senza menzionare i vasti piani di edilizia popolare o l’Onmi e la sua opera di assistenza a gestanti, madri e bambini. Le conclusioni, condivise anche da un esperto sul tema come A. James Gregor, sono nette: «Occorre ricordare che il diritto del lavoro in Italia nasce negli anni Venti e diventa disciplina universitaria. Per inciso, questo sistema viene mantenuto nel dopoguerra senza modifiche sostanziali, finché in Italia è esistito uno Stato sociale» (Storia in Rete, n. 150, aprile 2018).

Conti pubblici, occupazione, bonifiche

È indubbio che durante il fascismo le dinamiche occupazionali e salariali conobbero momenti altalenanti e spesso difficili per i lavoratori, anche se dati Istat dicono che i consumi degli italiani nel ’35 erano gli stessi del ’55, agli albori del boom economico reso possibile anche dalla struttura economica edificata dal regime. In una situazione segnata irrimediabilmente dalla crisi internazionale del ’29, il fascismo risanò i conti pubblici nell’immediato dopoguerra e impostò le basi un vero e proprio modello sociale originale negli anni Trenta. La legge bancaria del ’36 impedì le speculazioni finanziarie che oggi sono tornate di moda, l’Iriun colosso onesto, efficiente, competente» che all’epoca allevò una classe manageriale preparatissima) divenne il volano dell’industrializzazione italiana, i piani autarchici favorirono l’innovazione, il Codice civile pose le basi la collaborazione e la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, «i lavori pubblici avviati avrebbero rappresentato comunque un’eredità fondamentale per il futuro non solo immediato ma anche per i decenni seguenti» come ha scritto Augusto Grandi in Eroi e Cialtroni (Politeia, Torino, 2011). In questo contesto, banalizzare le imponenti opere di bonifica e la fondazione di borghi e città come mai nella storia unitaria appare davvero pretestuoso. Sul tema, basta leggere Fascio e Martello di Pennacchi o Dal fascismo alla Dc di Zaganella per capire i contorni quasi epocali della questione. Parlato ha ricordato che «il regime bonifica territori e costruisce centri abitati (le Città di fondazione) fino al suo crepuscolo. Giuseppe Tassinari, ministro dell’Agricoltura, lancia l’assalto al latifondo pugliese nel 1938-1940 e quindi quello contro il latifondo siciliano nel 1940-1943. Nel feudo dei Nelson, nella ducea di Bronte, il 2 gennaio 1940 il regime decide l’esproprio e la costruzione di otto borghi ai quali se ne aggiungono altri sei: uno di questi è il borgo Caracciolo, così chiamato per ricordare l’ammiraglio Francesco Caracciolo, eroe della rivoluzione giacobina a Napoli del 1799 e poi impiccato da Orazio Nelson. Non appena arrivarono gli alleati in Sicilia, il borgo fu distrutto e la ducea tornò in mani britanniche».

Leggi razziali

Una pagina triste e oscura per il nostro Paese. Il fatto però che l’antisemitismo fosse «insito» al fascismo è materia di dibattito. Le infauste leggi arrivano solo dopo 16 anni di regime, quando tanti ebrei hanno appoggiato la rivoluzione delle camicie nere nelle più diverse forme, da Ovazza e Jung alla Sarfatti. Nonostante le discriminazioni, nel secondo conflitto mondiale «il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo» come ha rilevato lo storico dell’Università di Gerusalemme George L. Mosse (Il razzismo in Europa, Laterza, Roma, 1992). I testi di De Felice (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo) e Filippo Giannini (Gli ebrei nel ventennio fascista) restano fondamentali per capire un periodo in cui anche le potenze democratiche, colonialiste e imperialiste, erano tutt’altro che immuni da pregiudizi razziali.

Agostino Nasti

You may also like

1 commento

Carlo 19 Marzo 2019 - 12:03

Un pezzo equilibrato, ricco di citazioni trasparenti riguardo alle fonti.

Reply

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati