Roma, 17 ago – Piero Pelù ha aperto di nuovo bocca durante un concerto. E il risultato, immancably, è stato un sinistro scricchiolio di neuroni in libera uscita. Guardarlo dimenarsi su un palco per scagliare l’ennesima filippica contro la solita Giorgia Meloni che “lecca il culo agli americani” fa venire quasi un groppo in gola per la solitudine intellettuale del personaggio.
Da cantante a storiografo
L’ex rocker di provincia — che ormai possiamo tranquillamente ribattezzare Pelù-che per via di quella sua morbida, pelosa e rassicurante conformità al pensiero unico da apericena — ha deciso di vestire i panni dello storiografo. Del geopolitico. E pure del matematico della memoria. Tre materie in cui vanta la stessa identica competenza di quella che gli antifascisti hanno col coraggio della verità.
Plutocrazia: quella parola sconosciuta
Sostenere con quella grinta da centro sociale in pensione che l‘Italia sia serva di Washington a causa del Fascismo significa aver saltato a piè pari non solo i libri di storia. Ma pure le figurine della terza elementare. Il Fascismo con gli americani ci ha fatto una guerra globale. Piaccia o no alla vulgata da bar, dove non arriva la guerra alle “potenze plutocratiche“. Semmai, la sudditanza atlantica che tanto fa schifo al nostro uscente ribelle la dobbiamo tutta ai padri costituenti. E alle sinistre del dopoguerra, quelle stesse forze che Pelù-che oggi difende a spada tratta tra una stonatura e un salto a vuoto sul palco.
Ma del resto chiedere un briciolo di coerenza a chi ha passato una vita intera a scimmiottare l’estetica e la musica degli yankee salvo poi sputare sul piatto dove ha mangiato per cinquant’anni è un esercizio di puro masochismo.
Chi non sa leggere non sa nemmeno contare
Poi, immancabile come il colesterolo dopo i cinquanta, arriva la solita sceneggiata sul “fottuto busto di Mussolini“. Da evocare a beneficio di telecamera per strappare due applausi stracchi a qualche ragazzotto del duo Bonelli-Fratoianni. È qui, però, che Piero Pelù sbrocca definitivamente ed entra nel regno del grottesco numerico. Accusa il Ventennio di aver fatto addirittura “un milione di morti” e vaneggia di un regime carnefice a punteggio pieno.
Ora, a parte il fatto che imputare al Fascismo in quanto tale i morti di un conflitto mondiale scatenato da una complessa dinamica geopolitica è una fesseria metodologica da matita rossa, la realtà storica è ben più scomoda per i narratori da stadio come lui. Se proprio ama giocare al triste pallottoliere del sangue, le stime documentate ci dicono che la mattanza e le epurazioni condotte a guerra praticamente finita dagli “antifascisti” e dalle bande partigiane hanno collezionato qualcosa come oltre quindicimila morti in appena ventiquattro mesi. E solo tra le file dei volontari della Repubblica sociale.
I numeri che Piero Pelù non conosce
Centocinquantamila italiani ammazzati da altri italiani quando i giochi erano ormai fatti. Ai quali vanno aggiunte le decine di migliaia di massacrati nelle foibe e negli inghiottitoi del terrore titino. Sommersi dalla complicità e dal silenzio codardo di quella stessa matrice ideologica. Due anni di vendette e regolamenti di conti rossi contro vent’anni di storia. Una proporzione matematica che smonta in un secondo tutta la retorica mielosa della “liberazione incolpevole”. A cui possiamo aggiungere anche le centinaia di assassini consumatisi negli anni di piombo per un numero che supera i trentacinquemila.
Ma chiedere al nostro contabile con le canne al collo di distinguere i fatti dai volantini propagandistici è un’impresa disperata. Fa quasi tenerezza vedere questo vecchietto con la chitarra scambiare i propri deliri da dopocena per veritiere analisi storiografiche. Mentre si esibisce in frasi fatte per compiacere l’ortodossia progressista di riferimento. Tra un “El Diablo” esibito a fatica, l’odio per chi ha fatto di quella “mera espressione geografica” una Nazione capace di competere con potenze continentali, oltre che la culla di un’Idea che per arginarla c’è voluto il mondo intero e la solita solfa sul pericolo nero, Pelù-che dimostra di essere esattamente quello che è sempre stato.
Un immenso conformista mascherato da sovversivo, finto duro a favore di riflettore e perfetto megafono dell’ipocrisia dominante non appena gli si allunga un microfono. Un antifascista duro e pure e nulla più quando dice che “non gli si venga a dire che ci sono stati altri che hanno creato disastri“. Perché rischierebbe di conoscere la verità, di studiare la storia vera, quella degli stupri partigiani, quelli che volevano fare dell’Italia uno staterello dell’Urss, quella della guerra civile, fratricida che hanno infoibato per anni e allora i suoi sogni bagnati rischierebbero di essere interrotti. E, chissà, magari gli toccherebbe anche una revisione delle proprio convinzione fabbricate a tavolino.
Vanno bene anche gli americani da leccare il culo
Sbandieri pure la bandiera corretta. Magari alla vodka – quelli come lui le applicavano la stella rossa bordata di oro – non certo quella che nel 1991 bucò per indossarla a mo’ di poncho e che gli fruttò una denuncia. È la sola cosa che la sua triste carriera in declino gli consente ancora di fare: capire se fischia ancora il vento pure per lui o è il momento di cantargli bello ciao. Ma giusto così, per giocare a resistere ancora un po’.
Tony Fabrizio