Home » Parigi, si esercitavano con ordigni per la Val di Susa: tutti i fili dell’internazionale antifascista

Parigi, si esercitavano con ordigni per la Val di Susa: tutti i fili dell’internazionale antifascista

by La Redazione
0 commento
internazionale antifascista

Roma, 17 ago – Otto giovani militanti francesi, tunnel ferroviari abbandonati utilizzati secondo gli investigatori per esercitazioni con ordigni incendiari, ventuno mortai pirotecnici sequestrati, telefoni dedicati e un viaggio programmato verso l’Italia. Destinazione: la Val di Susa, nei giorni della mobilitazione contro la Torino-Lione che il 25 luglio sarebbe poi degenerata nell’assalto ai cantieri da parte dei No Tav. È l’ultima inchiesta francese sull’ultrasinistra militante europea. Ed è una vicenda che merita di essere letta oltre la cronaca giudiziaria, perché alcuni dei fili che emergono conducono verso ambienti già incontrati seguendo un altro dossier: per esempio quello della Jeune Garde antifasciste e della morte di Quentin Deranque a Lione.

Gli otto indagati sono stati arrestati il 23 luglio e messi sotto inchiesta quattro giorni dopo, tra l’altro per associazione a delinquere e detenzione o trasporto in banda organizzata di prodotti incendiari o esplosivi. Il 12 agosto la chambre de l’instruction di Parigi ha confermato per loro il controllo giudiziario, respingendo la richiesta della procura di mantenerli in custodia cautelare. Non sono stati assolti né prosciolti: resteranno liberi mentre l’istruttoria prosegue.

Da Parigi alla Val di Susa: altro che paranoie

L’indagine non è partita da un controllo casuale e neppure, come sostiene parte della difesa, da una generica ossessione francese per l’ultragauche. Secondo la ricostruzione pubblicata da Le Monde, prima della mobilitazione No Tav le autorità italiane avevano avvertito quelle francesi dell’arrivo previsto nel Piemonte di gruppi radicali provenienti da Francia e altri Paesi europei. Tra le informazioni trasmesse a Parigi figuravano anche gli spostamenti di un francese considerato vicino ai Soulèvements de la Terre, il movimento ecologista radicale protagonista negli ultimi anni di diverse campagne di azione diretta. La direzione del renseignement della Prefettura di polizia di Parigi ha quindi avviato sorveglianze sull’uomo e sul suo entourage. Da qui gli investigatori sarebbero arrivati a una decina di giovani militanti. Foto e video di sorveglianza li mostrerebbero mentre, sui binari e nei tunnel dismessi della Petite Ceinture parigina, si esercitano con oggetti che la polizia considera esplosivi o dispositivi incendiari simili a bottiglie Molotov. Dopo le perquisizioni sono stati sequestrati, tra le altre cose, materiali informatici, mezzi di comunicazione e ventuno mortai d’artificio nell’abitazione di uno degli indagati. La procura sostiene inoltre che le indagini abbiano confermato il loro progetto di partire per l’Italia. La difesa parla invece di «semplici petardi» e contesta radicalmente l’interpretazione degli investigatori.

La cautela in questi casi è necessaria. Non esiste al momento una sentenza che stabilisca che gli otto stessero preparando un attentato, né è stata resa pubblica una perizia capace di dimostrare che i dispositivi testati fossero effettivamente bombe operative. Ma è altrettanto inesatto ridurre il dossier a qualche studente sorpreso a giocare con dei petardi. Perché due giorni dopo gli arresti, il 25 luglio, ciò che l’intelligence italiana temeva si è realmente verificato. A completamento del festival Alta Felicità, circa un migliaio di militanti mascherati si sono divisi in diversi gruppi e hanno assaltato più punti dei cantieri della Torino-Lione. Negli scontri sono stati utilizzati proiettili e ordigni incendiari; secondo le autorità italiane sono rimasti feriti circa 120 appartenenti alle forze dell’ordine e una ventina di manifestanti. Tra le centinaia di persone controllate figuravano numerosi francesi, belgi e tedeschi. I danni sono stati stimati da TELT intorno al milione di euro. Questo non prova cosa avrebbero fatto gli otto arrestati se fossero arrivati in Italia. Dimostra però che l’allarme transfrontaliero non riguardava una minaccia immaginaria.

Un ambiente multiforme ma sostanzialmente contiguo

Le autorità indicano alcuni degli indagati come appartenenti o vicini a Que La Fac – QLF, definito dalla stampa francese un movimento studentesco autonomo. Le difese contestano anche questa attribuzione. Ma vale la pena capire che cosa sia QLF, perché la sua autorappresentazione è già sufficientemente esplicita. In testi pubblicati negli ambienti autonomi francesi QLF viene descritto come un movimento che vuole trasformare le università in spazi sottratti alle normali logiche istituzionali ed economiche. La politica non partirebbe tanto da un programma o da un partito, quanto dalla conquista e dall’appropriazione concreta dei luoghi: università, campus, spazi di socialità. Tra gli «orizzonti» indicati compaiono apertamente gratuità e furto. Una successiva elaborazione pubblicata su lundi.am arriva a definire QLF un «movimento pirata» che sfrutta le falle del sistema capitalistico per appropriarsene delle risorse e «sabotarne» i fondamenti. Ed è precisamente questo il terreno nel quale le differenti componenti della sinistra radicale europea riescono oggi a comunicare: università, lotte ecologiste, antifascismo militante, proteste contro le grandi infrastrutture, collettivi autonomi. Non necessariamente attraverso un’unica organizzazione, ma attraverso ambienti permeabili, capaci di convergere attorno a campagne e appuntamenti comuni.

C’è poi un particolare impossibile da ignorare. Tra gli avvocati degli otto compare Aïnoha Pascual. È lei a parlare di un «fantasma sull’estrema sinistra» e a contestare l’impiego di mezzi investigativi sproporzionati rispetto a quelli che considera semplici petardi. È la stessa Aïnoha Pascual che abbiamo già incontrato nel caso della Jeune Garde antifasciste. Dopo l’omicidio di Quentin Deranque, nel febbraio scorso a Lione, fu proprio Pascual a intervenire pubblicamente come avvocato della Jeune Garde, sostenendo che il gruppo avesse sospeso ogni attività dopo il decreto di dissoluzione e non potesse quindi essere considerato responsabile degli eventi. Pascual aveva inoltre partecipato alla battaglia giudiziaria della Jeune Garde contro lo scioglimento deciso dal governo francese. Il ricorso è stato definitivamente respinto dal Conseil d’État il 30 aprile 2026. Ma il percorso della legale attraversa anche un terzo ambiente. Pascual è infatti da anni una delle principali avvocate proprio dei Soulèvements de la Terre, al fianco di Raphaël Kempf, e contribuì con successo nel 2023 all’annullamento della dissoluzione del movimento ecologista radicale. Lo stesso Kempf compare oggi tra gli avvocati degli indagati nel caso Lyon-Turin.

L’internazionale antifascista è una realtà senza bisogno di dimostrarlo

È qui che questi episodi tornano a incrociare un tema che su queste pagine abbiamo seguito fin dall’inizio dell’anno: la costruzione di una dimensione internazionale dell’antifascismo radicale. Bisogna intendersi sul termine. Non si parla di un’“Internazionale” nel senso novecentesco, con una centrale, una catena di comando e sezioni nazionali subordinate. Pretendere di dimostrarla sarebbe inutile. Quel che emerge è diverso e forse più adatto alla politica contemporanea: una rete senza centro unico, composta da organizzazioni differenti ma capace di condividere linguaggi, campagne, mobilitazioni, infrastrutture militanti e solidarietà. Un militante può passare dalla battaglia universitaria alla mobilitazione ecologista, dall’antifascismo alla contestazione di una grande infrastruttura senza dover cambiare «partito». I gruppi possono sciogliersi e le reti personali – ma soprattutto le reti istituzionali – continuare a sopravvivere. Una mobilitazione locale può attirare militanti da quattro o cinque Paesi senza l’esistenza di alcun comando europeo.

L’internazionale antifascista non ha bisogno di essere un’organizzazione unica per essere una realtà politica operativa. Può esistere come ambiente: una costellazione nella quale circolano uomini, pratiche, parole d’ordine, sostegno politico e competenze; nella quale una causa locale diventa rapidamente un appuntamento internazionale; nella quale lo stesso lessico consente a movimenti diversi di riconoscersi reciprocamente. La sinistra continuerà a parlare di «repressione» e paranoie della destra, ma intanto una fetta consistente della sinistra radicale ha deciso di instaurare con la repressione un rapporto circolare sempre più difficile da spezzare in singoli punti.

Vincenzo Monti

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati