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Washington, 18 mar – A più di un anno dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, una ricerca svela qualche retroscena interessante circa i comportamenti sui social network delle fazioni pro e contro la Casa Bianca, alla luce delle aspre contestazioni da una parte e clamorose celebrazioni dall’altra.
Lo studio condotto dal PRRI, un importante istituto di statistica statunitense, è stato condotto nel dicembre immediatamente successivo alla consultazione elettorale tramite sondaggi telefonici, contattando un campione di più di mille persone. Il 13% degli americani intervistati ha ammesso di aver “bloccato”, “rimosso” o “smesso di seguire” uno o più tra i propri contatti per le loro opinioni politiche. Le soprese però non finiscono qui, e i risultati mostrano chiaramente come l’impulso al ban dipenda in larga parte dal sesso o dall’appartenenza politica degli intervistati, il 96% dei quali ha affermato di essere membro di almeno un social network di grande diffusione (Facebook, Twitter, Instagram).
In particolare, i democratici si mostrano circa tre volte più inclini dei repubblicani (24% contro il 9%) a rimuovere qualcuno in base alla sua opinione politica, se contrastante con la propria. Una disparità simile si è manifestata anche tra quelli che online si professano liberal rispetto a coloro che si identificano come conservatori (28% contro 8%). Tra coloro che si considerano indipendenti, la percentuale di chi ha escluso qualcuno dalle proprie cerchie sociali online per ragioni di credo politico rimane invece abbastanza bassa, attorno al 9%.
progressisti liberal social
 
Come si può vedere dal grafico, esistono inoltre sostanziali differenze anche in base al sesso dell’intervistato: le donne sono più orientate a tagliare i ponti in presenza di divergenze sulle opinioni politiche, ma se la differenza tra uomini è donne è minima nell’insieme dei repubblicani, diventa drammatica nel caso dei democratici.
Quali sono le ragioni di tali disparità? Si può presumere che la debacle elettorale non abbia giovato agli animi dei democratici, portandoli a sottrarsi al confronto con i vincitori, e che tra essi le donne possano essere più frequentemente vittime dei cosiddetti “troll” e quindi più propense a evitare in toto coloro che vengono ritenuti “avversari”. Ma a spiegare il fenomeno concorre di sicuro anche lo strutturarsi della cosiddetta “bolla di filtraggio”, quella condizione per la quale i membri di un social network tendono a concentrarsi in aree della medesima appartenenza ideologica. In parole povere, le persone tendono a scambiare informazioni e intrattenere dialoghi solo con coloro che già in precedenza condividevano le loro stesse idee e opinioni, in una sorta di “bozzolo di convinzioni” chiuso ai punti di vista discordanti: questo avviene con maggior frequenza proprio all’interno dell’area di pensiero progressista e liberal.
Un paradosso? Neanche tanto. Artefici per anni della narrazione dominante nei media e nell’immaginario collettivo, i liberal moderni sono molto più propensi, non sorprendentemente, a credere di detenere “verità” che non possono essere messe in dubbio. Soprattutto da parte di ambienti e singole personalità che il pensiero unico etichetta come “fascisti” o “razzisti”, in maniera non dissimile da quando nel Medioevo si tacciava di eresia e stregoneria chiunque tentasse di mettere in discussione il dogma in vigore.
Alice Battaglia

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1 commento

  1. Liberal e progressisti???…….no……parassiti, nullafacenti, mantenuti e mantenute ,autoreferenziali,coglioni ricchi e benestanti che non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera……..in Italia razzisti e xenofobi anti italiani , traditori e cortigiani della feccia africana……..possano morire………di vecchiaia naturalmente.

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