Roma, 22 mag – Se la critica letteraria ha ormai restituito il Pound poeta al pantheon dei grandi del Novecento, il Pound economista giace ancora in un limbo. Spesso semplicisticamente liquidato come dilettante e irrazionale, le posizioni economiche del nativo di Hailey sono, in realtà, più attuali che mai. Nonostante il centro della sua analisi riguardasse la “millenaria guerra tra usurai e contadini, tra l’usurocrazia e chi — con le sue braccia o con il suo intelletto — fa un lavoro onesto”, in Guida alla Cultura riserva una parte dei suoi dardi anche contro quello che, solo in seconda misura, ritiene essere un altro nemico da combattere.
L’accusa che muove da queste pagine non è infatti indirizzata verso i generici grandi banchieri di Londra o New York, ma piuttosto verso quel “movimento contro il capitale che non sa distinguere tra capitale e proprietà”. È a Marx che il poeta americano si rivolge, colpendo al cuore la dottrina marxista e individuando un errore di definizione che, a suo dire, è destinato a condannare ogni simile rivoluzione a “servire il capitale stesso”.
Imprenditore e usuraio
Per Pound, il “Capitale” non è l’insieme dei mezzi di produzione che permette l’estrazione del plusvalore, né il risultato della “Proprietà privata”, la quale è vista invece come l’ultima trincea della libertà individuale. Il terreno, le macchine o gli attrezzi da lavoro non sono “Capitale” nell’accezione poundiana. Bensì “Proprietà”: estensioni della personalità umana e frutti tangibili del lavoro. Questa distinzione non è morale, ma funzionale. Secondo il poeta esiste, infatti, un’economia produttiva — fatta di contadini, operai, industriali e artigiani — e un’economia parassitaria — composta da speculatori finanziari e banchieri. Mentre Marx incentra la sua analisi nel colpire il proprietario della fabbrica, Pound, pur riconoscendo l’eventuale problema generato da un’iniqua distribuzione di ricchezza, individua un nemico situato più in alto: l’usuraio.
Il “Capitale” che il poeta americano combatte è quello finanziario e speculativo. Quella massa di denaro che, venendo “affittata”, genera altro denaro attraverso il meccanismo dell’interesse senza mai sporcarsi le mani con la produzione reale. Il cuore del problema risiede nel duplice monopolio privato di banche centrali e commerciali le quali, pur creando denaro in quantità virtualmente illimitata a un costo sostanzialmente nullo, lo prestano a interesse allo Stato o ai cittadini per il suo valore nominale.
Ezra Pound e la socializzazione del credito
Questo meccanismo contabile carica la società di un debito matematicamente inestinguibile, poiché l’ammontare degli interessi richiesti — non venendo mai immesso nel sistema all’atto dell’emissione — costringe la collettività a richiedere sempre nuovi prestiti solamente per pagare l’”affitto” sul denaro che essa utilizza per far funzionare l’economia.
Intrappolandola in un ciclo di debito perpetuo che “soffoca il figlio nel ventre”. È in questo senso che la proprietà — della moneta così come degli attrezzi da lavoro — rappresenta lo scudo a tutela del produttore dal cappio dell’usuraio, garantendo che il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo compie e non di chi gli presta i mezzi necessari per compierlo.
È questa miopia che il nativo di Hailey rimprovera al fondatore del comunismo: l’aver ugualmente identificato come “nemico del lavoro” sia il parassita — l’usuraio che presta a interesse una moneta dal costo nullo, arricchendosi sulle spalle dei lavoratori senza alcun merito sociale — che il produttore — il contadino o il piccolo proprietario che, con le loro braccia o il loro intelletto, generano ricchezza. Se Marx lottò quindi per la socializzazione dei mezzi di produzione, Pound lottò in primo luogo per la socializzazione del credito. Perché non è necessario che lo Stato possieda ogni fabbrica, ma è necessario che lo Stato non debba chiedere denaro in prestito per farle funzionare.
Davide Guastalla