Roma, 18 gen – C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una parte della stampa nazionale ha raccontato il caso di Jonathan Rivolta, il trentatreenne di Lonate Pozzolo che ha reagito a una rapina in casa propria, uccidendo uno degli aggressori. Non tanto per i fatti – tanto che la Procura ha parlato chiaramente di legittima difesa – quanto per il dispositivo narrativo messo in campo da alcune testate e da alcuni giornalisti ben riconoscibili.
Jonathan Rivolta e la colpa di legittima difesa
Qui non siamo di fronte a un semplice racconto di cronaca. Siamo di fronte a una costruzione del colpevole morale, a una demonizzazione che colpisce non solo un uomo e la sua famiglia, ma un intero territorio e, più in profondità, un pezzo di Paese. A guidare questo racconto è soprattutto Paolo Berizzi, inviato di la Repubblica, che firma uno dei pezzi più densi di insinuazioni antropologiche e psicologiche. Il suo articolo non si limita a ricostruire l’accaduto: lo interpreta, lo giudica, lo carica di sottintesi. Lonate Pozzolo diventa così “un lembo di provincia infastidito dagli aerei di Malpensa”, un luogo raccontato con fastidio, quasi fosse una periferia morale prima ancora che geografica. Una provincia descritta come un aggregato di birrerie, sushi, tatuatori, passeggiate col cane. Una caricatura, non una comunità.
Il profilo umano sospetto
In questo scenario, Jonathan Rivolta viene passato al setaccio non come cittadino che ha subito un’aggressione, ma come profilo umano sospetto. Le sue due lauree e il dottorato – che in altri contesti mediatici diventerebbero materiale da storytelling edificante sull’“Italia che ce la fa” – vengono presentati come tratti eccentrici, o addirittura “pezzi di carta”. Lo sport, le arti marziali, il lavoro notturno non raccontano disciplina e fatica, ma suggeriscono un’inquietudine latente. Il dettaglio simbolico scelto è rivelatore: “in un cassetto, a immediata portata, un coltello da kit di sopravvivenza”. È l’oggetto che permette di evocare l’immagine del Rambo domestico, del soggetto borderline, dell’uomo che forse “era già pronto”. Non importa che si tratti di un coltello tenuto in casa propria. Conta l’effetto.
Gli psicologismi gratuiti di Berizzi
Berizzi si spinge oltre, introducendo psicologismi gratuiti: Jonathan avrebbe avuto “sbalzi d’umore” negli ultimi tempi. Come se questo dovesse suggerire una personalità instabile, una bomba emotiva pronta a esplodere. Nessuna analoga attenzione, ovviamente, allo stato mentale di chi di mestiere entra di notte nelle case altrui, in due contro uno, armato e pronto alla violenza. Lì, stranamente, la psicologia non interessa. Lo stesso schema si ritrova, con toni diversi, anche in altri giornali. Il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Andrea Galli, insiste a lungo sulla biografia di Rivolta, sugli hobby, sul sacco da boxe, sulla provincia “meccanica” del Varesotto. Anche qui la cornice è chiara: prima ancora dei fatti, viene offerto al lettore un ritratto antropologico che orienta il giudizio. Ancora più grave è il passaggio sulle presunte “ronde” e sui richiami al circuito della ’ndrangheta. Nel pezzo di la Repubblica si parla di “più d’uno, del circuito della ’ndrangheta”, che avrebbe approntato una sorta di servizio d’ordine. Nessuna prova, nessun riscontro, solo “alcune fonti”. Curiosamente, quando i residenti parlano dei furti ripetuti subiti negli anni, il cronista invoca prudenza: “mancano conferme immediate”. Ma l’ombra della criminalità organizzata la si può buttare lì, per suggestione. È un vecchio trucco: infangare senza accusare, alludere senza dimostrare.
La famiglia di Jonathan Rivolta colpevole di non voler commentare
Il fastidio del racconto emerge anche nel tono risentito con cui viene annotata la reazione – o meglio, la non-reazione – della famiglia Rivolta. Non c’è voglia di “dibattito”, non c’è urgenza di “discussione” pubblica. Come se, dopo una colluttazione mortale in casa propria, fosse doveroso aprire un convegno sulla sicurezza, sulla marginalità, sulla sofferenza delle minoranze. L’assenza di questo rituale viene letta come colpa. Come chiusura. Come segnale di arretratezza culturale. Il risultato finale è un capovolgimento inquietante: la vittima diventa oggetto di sospetto, l’aggredito diventa imputato morale, il territorio diventa corresponsabile. È una forma di odio di classe e territoriale mascherato da cronaca colta, da analisi sociologica, da racconto “complesso”. Ma sotto la patina resta il disprezzo.
La legittima difesa mal tollerata
Jonathan Rivolta, prima di essere un simbolo, è un cittadino che stava a casa sua. Non cercava lo scontro, non cercava eroismi, non cercava narrazioni. Stava vivendo la sua vita. È questo che una parte della stampa non gli perdona. In un Paese in cui la legittima difesa è tollerata solo se chi si difende rientra nei canoni giusti, la nazione reale – quella delle famiglie, della provincia, della gente comune – può ancora essere sacrificata sull’altare della superiorità morale. Qui la cronaca finisce e inizia la politica. E fingere che non sia così è l’ultima, grande ipocrisia.
Vincenzo Monti