Roma, 25 mag – Rai, politica, centrodestra, centrosinistra, Consigli di amministrazione, nomine. Un balletto che si ripresenta, puntuale, ogni volta che cambia un esecutivo. Ma che di radicale non ha né potrà mai avere nulla, quanto meno su queste basi. Lo “show” della cacciata di Luciana Litizzetto e Fabio Fazio (il quale ha semplicemente virato verso chi gli ha dato uno stipendio maggiore) erano state le ultime futili manifestazioni di un’azione inconsistente la quale, ora, investe anche i telegiornali.

Rai,Tg e politica: i telegiornali

La tv pubblica è ora oggetto dell’ennesima spartizione, con le nomine dei direttori dei Tg secondo questa proporzione: due ad FdI, due alla Lega, uno a Forza Italia, uno alla sinistra di “guida” Pd e l’ultimo ai Cinque stelle. Quasi tutte le persone scelte lavorano nella Tv di Stato da anni. C’è un “esterno”, sì, che è Gian Marco Chiocci, attuale direttore di Adnkronos. Poi ci sono Paolo Petrecca – considerato un fedele di FdI – che rimane a Rainews. Francesco Pionato – quota Lega – dirigerà i giornali radio, Alessancro Casarin resterà alla guida dei Tg regionali. L’uomo vicino a Forza Italia è Antonio Preziosi, che dirigerà il Tg2. Nel campo “sinistro” marcia Mario Orfeo che rimarrà alla guida del Tg3. Insomma, siamo al solito teatrino: cambiano alcuni nomi, altri restano identici, da destra si parla di cambiamento e da sinistra di una perenne necessità di una “tv pubblica obiettiva” che non è mai stata né sarà mai nelle loro intenzioni.

Un problema molto più profondo

Dai tempi della lotizzazione Dc – Pc – Psi ne é passata di acqua sotto i ponti, eppure non è cambiato nulla. L’idea di una Rai indipendente si rivela, come sempre, utopica. Comanda la politica, ma solo di un segno: quello della sinistra. Questo perché, al di là dei quadri dirigenti (sia di rete che di telegiornali), è la radice ad essere profondamente consolidata sulla cultura dominante. Marcello Foa, in questo senso, è stata una testimonianza importante: da presidente della Rai, Foa è stato accusato spesso di aver inciso molto poco, il che è oggettivamente vero. Ciò che ha altrettanto la patente di oggettività è la natura tentacolare radicata della cultura espressa dalla televisione di Stato, su praticamente tutti i temi, dalla globalizzazione all’immigrazionismo fino agli stessi temi identitari. Un aspetto che non può riguardare i quadri dirigenti, ma intere redazioni, uffici dominati da un personale nutrito e tutto a senso unico che sono il risultato di decenni di semina e alberi ben piantati. Il balletto delle nomine che si ripresenta ogni qualvolta cambi un governo ci avrebbe dovuto insegnare qualcosa negli ultimi trent’anni: su tutto, la sua totale inconsistenza ed incapacità di mutare realmente il quadro.

Stelio Fergola

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