Roma, 7 dic – Reggio Emilia non è nuova alle cronache dello scontro studentesco. Ma negli ultimi giorni è accaduto qualcosa che va oltre la ritualità dei volantini strappati e delle solite dichiarazioni indignate. Davanti ai licei Spallanzani e Chierici, l’attività politica del Blocco Studentesco ha scatenato la reazione del “Coordinamento Rabun”, un collettivo antifascista come tanti. Il copione è sempre lo stesso: tentativi di impedire fisicamente un volantinaggio, accuse rigirate immediatamente ai “neofascisti”, racconto preconfezionato consegnato a una stampa locale che non fa domande ma replica il ciclostilato antagonista.
Reggio Emilia, il solito copione antifà
Andando a scavare un po’ sui social però scopriamo qualcosa di curioso. Tra foto e video che circolano sulla pagina antifascista, sembrerebbe che la pratica preferita del “Rabun” è quella di bruciare cose. Bruciare volantini, bruciare manifesti, bruciare striscioni. In fila, uno dopo l’altro. Non una volta, non in un gesto isolato, ma in una liturgia ripetuta e soddisfatta che smaschera l’intento quotidiano del collettivo: alzare la tensione usando la presenza di un movimento studentesco “nemico” come collante. Nel comunicato diffuso da Rabun dopo l’episodio, la reazione al volantinaggio è raccontata come “una difesa da idee che non devono circolare”. Insomma, si autoaccusano senza preoccuparsi che un giornale legga davvero ciò che scrivono e rivendicano. Ma difendersi da cosa? Da un gruppo di studenti che distribuisce materiale politico davanti a una scuola? Da quando gli antifascisti hanno paura di parole, o di libri e case editrici? Il paradosso è evidente. I movimenti antifascisti accusano altri di “odio” mentre mettono in scena piccoli autodafé da cortile come unica narrazione. Niente dibattito, niente confronto, solo distruzione, provocazione e, infine, pianto sconsiderato quando i loro sensi vengono riallineati alla realtà da una comunità che non accetta l’intimidazione come registro. È una forma di infantilismo politico travestito da coraggio.
Chi gioca a fare il piromane prima o poi si scotta
Eppure, al netto della retorica e delle performance incendiarie, il Blocco Studentesco in Emilia-Romagna continua ad esserci. A volantinare. A presentarsi davanti alle scuole a viso aperto. A parlare con gli studenti che vogliono ascoltare o soltanto sapere. Con una differenza sostanziale rispetto ai loro contestatori: non c’è nessuna foto del Blocco che brucia qualcosa degli altri. Il Coordinamento Rabun è il miglior ritratto della povertà di idee dell’antifascismo studentesco: una militanza ridotta a gesti auto referenziali, incapace di parlare e produrre alternativa, in grado soltanto di prendersela con l’attività altrui. Ma chi gioca a fare il piromane prima o poi si scotta.
Vincenzo Monti