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Mantova, 15 ott – «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces». È ad Andes, nei pressi di Mantova, che il 15 ottobre del 70 a.C. nasce Publio Virgilio Marone, “de li altri poeti onore e lume” (Dante, Comedìa, Purgatorio, Canto XIII, v 67).

Sangue di Enea Ritter

Cantore per eccellenza della civiltà romana, Virgilio incarna tutto quello che è lo spirito e il sentire del saeculum augustum, nuova età dell’oro e decisivo momento di svolta nella storia dell’Italia intera. Periodo, questo, che non coincise esclusivamente con la rinascita di Roma, dilaniata dalle guerre civili, ma anche e soprattutto con la definitiva identificazione, giuridica e spirituale, di Roma con l’Italia. Con Augusto, Roma divenne Italia e l’Italia, Roma: «Iuravit in mea verba tota Italia».

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All’interno del fertile e stimolante circolo di Mecenate, che raccolse intorno a sé i più illustri uomini di cultura del suo tempo, Virgilio si fa portavoce della storia delle genti italiche che nel fuoco sacro di Roma trovano e compiono il loro destino. Non è un caso che nella sua opera maggiore, l’Eneide, il tema del destino sia quello preponderante e quello su cui noi, oggi, dobbiamo necessariamente riflettere. Si badi, per inciso, che non è questo “destino” una semplice imposizione divina. Mai nel poema Enea diventa inerte strumento della volontà degli Dei. Egli può decidere se seguire i piani che per lui sono stati concepiti o se rinunciare al mandatum affidatogli dall’immagine di Ettore, apparsogli in sogno.

«Troia ti affida i sacri arredi
e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi
grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare.
Disse, e port
ò sulle mani dallinterno del sacrario
le bende e Vesta potente e l
eterno fuoco».
(Eneide, II, vv 293 – 297)

Enea sceglie e lo fa compiendo e rendendo onore a quell’investitura che gli è giunta da Ettore. È la voce della Patria stessa a consacrarlo ed egli la accoglie, liberamente e consapevolmente. Questa la pietas di Enea che lo rende al contempo pater del popolo romano. È a questo magnifico esempio di lotta e di vittoria cui noi oggi dobbiamo rivolgerci per poter ritrovare una via che allontani definitivamente i tentativi di svilire e ottenebrare qualsiasi volontà di riscatto del popolo italiano. Contro chi ci vorrebbe figli del nulla, senza passato e, per forza di cose, senza alcun futuro se non quello di essere sostituiti progressivamente da altro e da altri, occorre ora più che mai riscoprire la nostra memoria più antica e più sacra. Non serve cercare altri miti fondatori né, tanto meno, tentare a tutti i costi di trovarne di nuovi, come ha pensato di suggerire Carandini («Il mare di Sicilia pullula di profughi, che scappano da orribili tragedie: le tante Troie oggi distrutte. Di fronte a un profugo bisognerebbe porsi questa domanda: “Se fosse un altro Enea?”». Andrea Carandini, Il fuoco sacro di Roma, Laterza, p. 139.).

Il nostro passato è e deve esserci ben chiaro e solo attingendo ad esso possiamo avere la possibilità di una vera e concreta rinascita del nostro paese. A questo proposito dice bene Del Ponte quando afferma che «L’Italia è la «terra della rinascita [..] È dunque il luogo dove il sole, tramontando, si cela, per poi risorgere più potente a nuova vita: infatti, là dove il sole fisico si nasconde, è la fonte di un sole spirituale più ardente che si manifesta onde nuovamente apparire nel mondo» (“Dei e miti italici: archetipi e forme della sacralità romano-italica”, Renato del Ponte, 1985).

Di questo risveglio non dobbiamo mai dubitare e Virgilio, sommo poeta, è in questo maestro e guida al quale affidarci, così come a lui si affidò Dante nel momento più oscuro.

Allor si mosse, e io li tenni dietro.
(Comedìa, Inferno, Canto I, v 136)

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