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RB-PNMuztagh Ata (Cina), 10 ago – “Da sfortuna nasce sfortuna, cosi tornando al campo base ho avuto due brutte notizie: un alpinista conosciuto durante la spedizione si era rotto una caviglia ed era dovuto tornare d’urgenza in Italia. La seconda brutta notizia, saputa da chi aveva assistito l’alpinista infortunato, era che il rientro doveva essere anticipato, perché stava per essere chiuso il confine con il Kirghizstan. Tradotto questo significa meno giorni per tentare la vetta”. Queste le parole dell’alpinista italiano Riccardo Bergamini che ha dovuto  restringere l’arco temporale in cui tentare la vetta del Muztagh Ata a due soli giorni: fra l’8 e il 9 agosto, due giorni per i quali il meteo prevedeva nevicate e raffiche di vento forte dopo i 6mila metri.

Bergamini quindi avrebbe dovuto recuperare il materiale a 6200 metri e al campo 1, a circa 5500 metri, per poi tentare la cima. Ma il risveglio nel giorno decisivo e stato traumatico: neve, grandine, pioggia. Ai campi alti neve e vento forte. L’unica possiblità di tentare la vetta del MUztagh Ata era quindi persa. Seduto su di un sasso Bergamini ha visto cadere le sue speranze, che si erano invece rafforzate nei giorni precedenti, visto che la condizione fisica era ottimale e l’acclimatamento riuscito. Una delle bellezze dell’alpinismo è proprio l’improbabilità della vetta, che rende una spedizione una vera avventura. La montagna resta la padrona del destino dell’alpinista, resta l’anima selvaggia di una natura che impone le sue gerarchie. Una vetta è persa, ma Riccardo ne sta già puntando un’altra.

Simone Pellico

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