Roma, 29 lug – C’è un filo che lega alcune delle pagine più oscure della storia repubblicana. Non necessariamente un unico disegno, né un’unica regia, ma qualcosa di molto più semplice e insieme più grave: la persistenza di documenti non accessibili, atti coperti da segreto, testimonianze contraddittorie e domande alle quali, dopo decenni, lo Stato continua a non dare una risposta definitiva. Vale per la strage di Bologna. Vale per le indagini su mafia e appalti condotte da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E vale soprattutto per una domanda politica che il governo Meloni dovrebbe avere il coraggio di porre: se le verità giudiziarie e storiche costruite in questi anni sono così solide, perché non rendere disponibili tutti gli atti che possono confermarle o eventualmente smentirle?
La Strage di Bologna e la figura di Paolo Bellini
Il primo caso riguarda Paolo Bellini, condannato per concorso nella strage di Bologna e indicato come appartenente all’area di Avanguardia Nazionale. Su questo punto esiste già una prima anomalia ricordata da Adriano Tilgher, ex dirigente di Avanguardia Nazionale: Tilgher aveva chiesto di essere ascoltato nel processo per affermare che, all’interno dell’organizzazione, Bellini non sarebbe mai stato conosciuto. Non venne ascoltato. Successivamente inviò documentazione a soggetti coinvolti nel procedimento, ma il plico gli sarebbe stato restituito con la dicitura «respinto». Oggi, però, la questione assume un peso diverso alla luce di quanto emerge dalla querela presentata dall’ex comandante del Ros Mario Mori contro una puntata di Report. Nell’atto, depositato alla Procura di Roma, la difesa di Mori contesta la ricostruzione proposta dalla trasmissione su Uno Bianca, trattativa Stato-mafia e dossier mafia-appalti. Ed è proprio tra le carte citate nella vicenda che torna il nome di Bellini.
Luigi Baratiri, indicato come agente del Sismi, avrebbe dichiarato di aver conosciuto un «maresciallo Oronzi», che un documento del Ros del 1992 identificherebbe come alias dello stesso Paolo Bellini. Non solo. Durante Report, Sigfrido Ranucci ha citato un atto del 2024 della Procura di Firenze nel quale, secondo quanto riferito nella trasmissione, Bellini risulterebbe essere stato un riferimento del Sismi. Mori sottolinea nella querela che quell’atto sarebbe coperto da segreto istruttorio. Se questo documento esiste e dice davvero ciò che è stato riportato, la domanda è inevitabile: quale fu esattamente il rapporto tra Bellini e gli apparati dello Stato? Un elemento di questa portata non può essere lasciato sospeso. Chi erano i superiori di Bellini? Quando sarebbe stato inquadrato? Quali incarichi avrebbe ricevuto? Chi erano i superiori di Baratiri? E soprattutto: perché nel processo di Bologna non è stato possibile definire fino in fondo la natura dei rapporti di Bellini con gli apparati?
Riaprire gli archivi per chiarire i rapporti tra Bellini e Sismi
Il quadro diventa ancora più inquietante quando si arriva ai rapporti tra Bellini e il Ros. Nel servizio di Report viene sostenuto che nel 1991 Mori avrebbe consentito a Bellini di infiltrarsi in ambienti mafiosi con il pretesto di recuperare opere d’arte. Bellini stesso, nell’intervista trasmessa, afferma: «Siccome l’ok del colonnello Mori mi era stato dato di infiltrarmi, che cosa dovevo fare io, dire di no?». La difesa di Mori propone però una ricostruzione opposta e richiama la deposizione del maresciallo Roberto Tempesta. Secondo Tempesta, Bellini avrebbe avanzato ipotesi riguardanti attentati ai monumenti, siringhe infette sulle spiagge e perfino la Torre di Pisa, chiedendo se quelle azioni potessero servire a ottenere un’infiltrazione. Tempesta avrebbe giudicato la proposta «un espediente di scarso spessore» e l’avrebbe respinta. Successivamente ne avrebbe parlato a Mori, incontrandolo il 25 agosto 1992 per circa un quarto d’ora. Mori, secondo questa versione, avrebbe immediatamente giudicato l’operazione impraticabile. La stessa Procura di Palermo, nella requisitoria citata dalla difesa, escluse poi l’esistenza dell’infiltrazione: «Da Bellini non c’andò nessuno».
Proprio perché esistono versioni così differenti, la soluzione non dovrebbe essere costruire un’altra verità per decreto. Dovrebbe essere aprire gli archivi. Chi era il maresciallo Oronzi? Era davvero Paolo Bellini? Quali erano i suoi rapporti con il Sismi? È autentico e in quale contesto va letto il documento del 2024 citato da Report? Perché Bellini avrebbe formulato quelle proposte? E quale fu realmente il suo rapporto con gli apparati? Sono domande alle quali non dovrebbe rispondere una fazione politica ma i documenti.
Paolo Borsellino e la pista mafia-appalti
Lo stesso criterio dovrebbe essere applicato a un altro capitolo irrisolto: il movente dell’assassinio di Paolo Borsellino e il ruolo dell’inchiesta mafia-appalti. Falcone e Borsellino si erano occupati del sistema degli appalti siciliani, tentando di ricostruire i rapporti tra imprese, politica e organizzazioni mafiose. Il 13 luglio 1992, appena sei giorni prima della strage di via D’Amelio, venne presentata una richiesta di archiviazione relativa a posizioni comprese nell’inchiesta. Il giorno successivo Borsellino partecipò a una riunione alla Procura di Palermo. Ed è qui che le ricostruzioni divergono. Roberto Scarpinato ha recentemente sostenuto, rispondendo al direttore del Tempo Daniele Capezzone, che nell’assemblea del 14 luglio si parlò dell’archiviazione non dell’intera inchiesta, ma «solo della posizione di alcuni indagati per i quali a quella data le prove non erano sufficienti», sottolineando inoltre che alcuni di quei soggetti furono arrestati pochi mesi dopo sulla base di nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Esiste però una diversa ricostruzione attribuita alla Procura di Caltanissetta.
Secondo un documento firmato dal procuratore Salvatore De Luca, la richiesta di archiviazione del 13 luglio non sarebbe stata comunicata a Borsellino. Nel testo citato nelle ricostruzioni pubblicate in questi mesi si afferma che, durante la riunione, Borsellino avrebbe chiesto approfondimenti a Guido Lo Forte senza essere informato dell’archiviazione già firmata. In questo contesto assume un significato particolare anche la frase attribuita ad Antonio Ingroia, secondo cui Borsellino, uscendo da quella riunione, avrebbe detto: «Voi non me la raccontate giusta». È una frase che non prova da sola alcuna ipotesi. Ma rende ancora più necessaria la pubblicazione integrale degli atti disponibili sull’incontro del 14 luglio.
Cosa stava seguendo Borsellino negli ultimi giorni di vita?
C’è poi un fatto documentale difficilmente liquidabile. Il 18 luglio 1992, il giorno prima di essere assassinato, Paolo Borsellino prelevò il fascicolo riguardante l’omicidio dell’imprenditore Luigi Ranieri. Un documento firmato dal procuratore Vittorio Aliquò attestò successivamente che nell’archivio, al posto del fascicolo, era stato trovato un foglio firmato dallo stesso Borsellino che ne certificava il prelievo il 18 luglio. Questo significa almeno una cosa: Borsellino continuava a occuparsi di vicende collegate al mondo degli appalti praticamente fino alle ultime ore della sua vita. Dopo la strage scomparve la celebre agenda rossa. Anche per questo è legittimo chiedere di conoscere fino in fondo quale materiale Borsellino stesse esaminando e quali sviluppi intendesse dare a quelle indagini.
Un altro elemento controverso riguarda Giuseppe Patronaggio. Ascoltato dal Csm il 31 luglio 1992, appena dodici giorni dopo la strage di via D’Amelio, Patronaggio avrebbe parlato della riunione del 14 luglio senza fare riferimento alla richiesta di archiviazione. Quando è stato nuovamente ascoltato, il 29 novembre 2023, avrebbe invece ricordato quella circostanza. Gli inquirenti nisseni hanno sottolineato la singolarità di un ricordo emerso con maggiore precisione dopo trentuno anni rispetto a quanto riferito a poche settimane dai fatti.
Dalla Sicilia alle cooperative romagnole
È qui che emerge la domanda politicamente più esplosiva, e proprio per questo quella che richiede maggiore rigore. Nel dibattito sull’inchiesta mafia-appalti ricorrono riferimenti a imprese e cooperative riconducibili storicamente al mondo cooperativo emiliano-romagnolo. Tra i nomi citati nelle ricostruzioni compaiono la Cmc di Ravenna, il Consorzio cooperative di Bologna e una cooperativa di Comiso. La domanda non può però trasformarsi arbitrariamente in una risposta. Borsellino stava realmente indagando su queste cooperative? Comparivano nel materiale che stava approfondendo? Partecipavano alle grandi gare d’appalto siciliane oggetto dell’attenzione investigativa? E, in caso affermativo, quali rapporti avevano con soggetti locali? Sono questioni verificabili soltanto attraverso gli atti. Capezzone, nella polemica con Scarpinato, ha posto a sua volta il problema sostenendo che nell’approfondimento successivo dell’inchiesta mafia-appalti vi sarebbe stato un divario tra quanto si sarebbe potuto fare e quanto effettivamente fatto, con un possibile beneficio non soltanto per mafiosi, politici e imprese coinvolte, ma anche per eventuali «compromissioni rosse» nel mondo politico e cooperativo. Scarpinato respinge questa ricostruzione e sostiene che l’inchiesta non fu affatto sepolta nel modo descritto dai suoi critici. Proprio per questo non bastano né le parole di Capezzone né quelle di Scarpinato. Servono i fascicoli.
Esiste poi una questione istituzionale. Scarpinato oggi siede nella Commissione parlamentare Antimafia, cioè in uno degli organismi chiamati ad approfondire anche vicende nelle quali egli stesso ebbe un ruolo professionale. Capezzone ha parlato apertamente di conflitto di interessi e ha chiesto che Scarpinato venga ascoltato formalmente dalla Commissione, eventualmente sospendendo temporaneamente la propria partecipazione ai lavori interessati. La questione è seria a prescindere dal giudizio sul magistrato ed ex magistrato. Chi ha partecipato direttamente a una vicenda sulla quale un organismo parlamentare sta cercando di fare luce dovrebbe poter essere ascoltato come testimone dei fatti senza che la sua posizione istituzionale produca ambiguità.
Bologna è un nuovo «porto delle nebbie»?
Ed è qui che Bologna torna al centro. Da una parte c’è il processo per la strage del 2 agosto e la necessità di capire fino in fondo chi fosse Paolo Bellini e quale fosse la natura dei suoi eventuali rapporti con il Sismi. Dall’altra c’è il dossier mafia-appalti, nel quale ricorrono interrogativi sul ruolo di imprese e cooperative emiliane e sull’effettiva conoscenza che Borsellino aveva delle archiviazioni decise pochi giorni prima della sua morte. Non significa che le due vicende siano collegate. Significa che in entrambi i casi Bologna diventa il punto geografico intorno al quale ruotano domande che lo Stato dovrebbe essere il primo a voler chiarire. La polemica con Report e con Sigfrido Ranucci entra in questo quadro. La trasmissione ha insistito sulla pista relativa ai rapporti tra apparati dello Stato, mafia e ambienti dell’estrema destra. È legittimo farlo. Ma proprio chi rivendica il valore dell’inchiesta giornalistica dovrebbe accettare che lo stesso metodo venga applicato alle piste meno compatibili con la propria impostazione. Se esistono elementi sul Sismi e Bellini, vanno pubblicati. Se esistono elementi sul dossier mafia-appalti e sulle cooperative emiliane, vanno pubblicati. Se la pista è infondata, saranno proprio i documenti a demolirla.
Basta con gli atti inaccessibili e i segreti
Per questo il punto politico non è stabilire in anticipo chi abbia ragione. Il punto è togliere ogni alibi all’opacità. Il governo Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e gli altri ministeri competenti dovrebbero promuovere, nei limiti consentiti dall’ordinamento, la desecretazione e la pubblicazione del materiale ancora accessibile relativo a queste vicende. Sul caso Bellini occorre sapere chi fossero i suoi eventuali referenti nel Sismi, quando siano iniziati i rapporti, quali incarichi abbia ricevuto e quale sia il contenuto esatto degli atti citati da Report e dalla querela Mori. Sul caso Borsellino occorre rendere disponibili le audizioni del Csm, chiarire cosa accadde nella riunione del 14 luglio 1992, stabilire cosa Borsellino sapesse della richiesta di archiviazione e ricostruire integralmente il contenuto del materiale mafia-appalti che stava ancora studiando alla vigilia della sua morte. Occorre inoltre verificare documentalmente se e in quale misura Cmc di Ravenna, Consorzio cooperative di Bologna o altre cooperative citate nelle ricostruzioni dell’epoca comparissero effettivamente negli appalti oggetto d’indagine. Sono domande enormi e proprio per questo non dovrebbero essere lasciate alla propaganda.
Dopo trentaquattro anni dalla morte di Falcone e Borsellino e quarantasei dalla strage di Bologna, lo Stato non ha più bisogno di proteggere una versione politica della storia. Ha bisogno di mettere i cittadini nella condizione di conoscere gli atti. Perché i segreti, quando durano troppo, finiscono inevitabilmente per alimentare il sospetto che qualcuno ne abbia bisogno. E se davvero non c’è nulla da nascondere, allora non dovrebbe esserci più nulla da tenere nascosto.
Carlo Maria Persano