Roma, 29 lug – L’attentato di Berlino non segna il ritorno del terrorismo jihadista in Europa, per il semplice motivo che il terrorismo jihadista non se n’era mai andato. È cambiato il modo in cui colpisce. Meno cellule strutturate, meno operazioni paragonabili alle stragi coordinate di Parigi e Bruxelles, più individui radicalizzati online, coltelli, automobili, obiettivi scelti rapidamente e una preparazione talmente ridotta da lasciare pochissime tracce agli apparati di sicurezza.
È questo il dato che emerge dall’attacco del 25 luglio contro la folla riunita per il Christopher Street Day di Berlino: una donna uccisa e 29 persone ferite. Il sospettato, Abdul Ballout, 21 anni, cittadino tedesco nato e cresciuto a Berlino, è stato successivamente ucciso dalla polizia. Sul suo telefono gli investigatori hanno trovato un video nel quale un uomo mascherato, che gli inquirenti ritengono essere Ballout, presta giuramento di fedeltà allo Stato islamico. Il problema è che Ballout non era un terrorista sconosciuto comparso improvvisamente dal nulla ma esattamente il contrario.
Attentato di Berlino: il terrorista che lo Stato sorvegliava già
Nel febbraio 2022 era stato condannato per lesioni e rapina aggravata. Nel 2025 aveva tentato più volte di raggiungere i territori dell’Isis passando attraverso Turchia e Libano. Tornato in Germania, era stato arrestato e sottoposto a custodia cautelare. Il 12 maggio 2026 un tribunale minorile di Berlino lo aveva condannato a un anno e dieci mesi per preparazione di un grave atto di violenza contro lo Stato e reati collegati alla propaganda dell’Isis. Il tribunale aveva però rinviato per sei mesi la decisione sulla sospensione della pena, affidandolo nel frattempo alla sorveglianza di un assistente della libertà vigilata. La Procura aveva impugnato la decisione chiedendo una pena più severa e la prosecuzione della detenzione. Persino il percorso di deradicalizzazione al quale era stato indirizzato aveva fatto emergere dubbi. Gli operatori del Violence Prevention Network lo descrivono come collaborativo in apparenza, ma evasivo e adattivo quando si affrontavano le sue convinzioni ideologiche.
Poche settimane prima dell’attentato era accaduto qualcosa di ancora più significativo. Secondo un’inchiesta congiunta di NDR, WDR e Süddeutsche Zeitung, il sistema RADAR-iTE utilizzato dal Bundeskriminalamt per valutare il rischio rappresentato dagli islamisti radicalizzati aveva classificato Ballout nella categoria rossa: «Hochrisikoperson», soggetto ad alto rischio. Il suo caso era stato discusso nel Centro congiunto antiterrorismo tedesco e l’LKA di Berlino aveva installato una telecamera davanti alla sua abitazione. Alle 20.58 del 25 luglio quella stessa telecamera lo avrebbe ripreso mentre usciva di casa. Poco più tardi sarebbe iniziato l’attacco. Qui sta il punto centrale del caso Berlino. Non siamo di fronte soltanto al problema classico del “lupo solitario” che sfugge all’intelligence. Siamo di fronte a un uomo conosciuto, condannato, sottoposto a valutazione del rischio, discusso dagli apparati antiterrorismo e ancora monitorato poche ore prima di colpire.
Europol: il jihadismo resta la principale minaccia terroristica
Il quadro europeo conferma che non si tratta di un’anomalia tedesca. Il nuovo EU Terrorism Situation and Trend Report 2026, pubblicato da Europol appena dodici giorni prima dell’attentato, registra nel 2025 45 attentati terroristici nell’Unione europea, tra compiuti, falliti e sventati. Ventiquattro, oltre la metà, sono riconducibili al jihadismo. Dei 486 arresti complessivi per reati di terrorismo, 347 – il 71% – riguardano il terrorismo jihadista. Gli attentati jihadisti hanno inoltre provocato cinque morti e 81 feriti. Ma il dato quantitativo racconta soltanto una parte della trasformazione. Europol descrive una minaccia sempre più decentralizzata, nella quale le organizzazioni non hanno necessariamente bisogno di reclutare, addestrare e dirigere personalmente l’attentatore. Propaganda, reti sociali e comunità digitali consentono a individui isolati o a piccoli gruppi auto-organizzati di radicalizzarsi e passare all’azione autonomamente. Nel 2025 tutti gli attentati jihadisti portati effettivamente a termine nell’Ue sono stati realizzati da singoli attentatori; otto attraverso armi da taglio e uno mediante un veicolo.
È il terrorismo a bassa complessità: poco costoso, logisticamente elementare e proprio per questo difficilissimo da prevenire. Per preparare una strage con esplosivi servono materiali, competenze, comunicazioni e spesso complici. Per investire una folla o accoltellare dei passanti possono bastare poche ore e una decisione presa all’ultimo momento. C’è poi un altro elemento sul quale Europol insiste: l’abbassamento dell’età. Tra i 347 arrestati per reati legati al jihadismo nel 2025, 108 avevano diciotto anni o meno. Radicalizzazione, fascinazione per la violenza e propaganda si sovrappongono sempre più all’interno di ecosistemi digitali nei quali le vecchie appartenenze ideologiche possono persino diventare confuse e intercambiabili.
Germania: 28mila islamisti, ma non sono 28mila terroristi
Anche sui numeri tedeschi serve precisione. Il Bundesamt für Verfassungsschutz censiva nel 2024 28.280 persone all’interno dell’area dell’islamismo e dell’estremismo islamista. Non significa che la Germania abbia 28mila potenziali attentatori: il dato comprende aderenti e sostenitori di differenti organizzazioni e correnti. All’interno di questo bacino, tuttavia, il BfV stima in 9.540 le persone appartenenti al segmento definito “orientato alla violenza”. Il problema per i servizi è trasformare questa massa di informazioni in una gerarchia concreta del rischio. Non è materialmente possibile pedinare migliaia di persone ventiquattr’ore al giorno. Strumenti come RADAR-iTE servono precisamente a concentrare uomini e risorse sui soggetti più pericolosi. Ballout era arrivato in cima a quella gerarchia. Eppure ha colpito comunque.
È una circostanza che rende semplicistica anche la domanda “perché non era in carcere?”. Una valutazione d’intelligence non equivale infatti automaticamente a una prova utilizzabile per privare qualcuno della libertà. Ma il caso apre inevitabilmente una questione politica: cosa deve poter fare uno Stato quando un individuo è già stato condannato per preparazione di un atto terroristico e gli stessi apparati lo classificano come soggetto ad alto rischio? Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha già proposto un irrigidimento degli strumenti preventivi, dalla sorveglianza elettronica alla possibilità di estendere la detenzione preventiva per i “Gefährder”, mentre in Germania si è aperta anche la discussione sull’applicazione del diritto penale minorile ai giovani adulti condannati per terrorismo.
L’Europa ha le banche dati. Ma non ha una watchlist unica
Anche un altro luogo comune deve essere corretto. Non è vero che gli Stati europei non condividano informazioni sui terroristi. Esistono il Schengen Information System, l’Europol Information System, QUEST e SIENA. Una segnalazione inserita nel SIS può essere resa disponibile in tempo reale alle autorità degli altri Stati e, dal 2021, gli “hit” relativi alle segnalazioni terroristiche vengono condivisi anche con Europol. L’EIS contiene informazioni su sospettati e condannati per criminalità grave e terrorismo, mentre QUEST permette alle forze di polizia nazionali di interrogare contemporaneamente differenti sistemi internazionali. Quello che non esiste è invece un registro europeo unico di tutte le persone considerate potenzialmente pericolose e attualmente sottoposte a monitoraggio nazionale. Gli Stati utilizzano definizioni, soglie investigative e categorie differenti e non sono obbligati a trasmettere a Europol un elenco complessivo dei soggetti sorvegliati.
Che il sistema possa essere migliorato lo ammette implicitamente la stessa Commissione europea. Nel nuovo programma antiterrorismo ProtectEU, presentato nel febbraio 2026, Bruxelles prevede di rafforzare proprio la condivisione delle informazioni sui soggetti considerati una minaccia terroristica, introdurre nuove segnalazioni informative nel SIS e migliorare la procedura con cui gli Stati si comunicano i riscontri relativi ai sospetti terroristi. Il confronto con il Belgio mostra quanto possano essere differenti i sistemi nazionali. Nel 2025 la banca dati belga gestita dall’OCAM conteneva 555 soggetti sottoposti a monitoraggio prioritario: l’86% era collegato all’estremismo islamista e circa l’8% all’estremismo di destra. Per ciascun individuo viene effettuata una valutazione specifica del rischio e stabilito quale tipo di intervento adottare.
Una minaccia meno spettacolare, non meno reale
Anche il confronto politico sulle diverse forme di estremismo merita numeri meno propagandistici. ACLED registra dal 2020 32 attentati jihadisti in Europa, sei dei quali in Germania, attribuendo loro 182 morti. È probabilmente questa la forma che assumerà sempre più spesso la minaccia: meno organizzazioni visibili e più individui; meno comando verticale e più autoattivazione; meno preparativi intercettabili e più radicalizzazione digitale; meno attentati tecnicamente sofisticati, ma non necessariamente meno vittime. Berlino dimostra soprattutto il limite estremo della prevenzione. Abdul Ballout non era invisibile. Lo Stato conosceva il suo passato, conosceva la sua radicalizzazione, conosceva i suoi tentativi di raggiungere l’Isis, lo aveva processato, classificato come soggetto ad alto rischio e continuava a sorvegliarlo. Ma evidentemente il problema non era sapere chi fosse, ma riuscire a fermarlo prima di un possibile attentato.
Vincenzo Monti