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Tso e morti sospette: ecco cosa c'è da cambiare

by La Redazione
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tso ambulanze carabinieriRoma, 13 ago – Negli ultimi giorni si sono verificati due casi di decesso di persone durante l’esecuzione di un arresto a scopo di trattamento sanitario obbligatorio. Il trattamento non è stato eseguito, in entrambi i casi la tragedia è avvenuta durante la fase del “prelievo” ad opera delle forze dell’ordine con destinazione il reparto psichiatrico. In questo caso “tragedia” è un termine adeguato, perché si tratta di fatalità che possono derivare dall’assetto legale, al di là del rischio che le condizioni mentali degli interessati potrebbero comportare.

La nostra legge prevede che i trattamenti psichiatrici possano essere obbligati se si verificano alcune condizioni: l’alterazione mentale, il rischio imminente di incolumità della persona o di altri, e la necessità di un trattamento ospedaliero che il paziente non accetta.

Questa regolamentazione dei trattamenti obbligatori fu concepita come una extrema ratio che non si sarebbe quasi mai dovuta applicare. Per chi immaginava che i malati psichiatrici non esistessero, o che l’alienazione mentale fosse legata a fattori sociali, interattivi e non a turbe interne, abbattere le istituzioni manicomiali sarebbe bastato a farne sparire il contenuto. I manicomi erano infatti le industrie della malattia mentale, la producevano, la inventavano, erano uno strumento politico di repressione del libero pensiero.

Via i manicomi, i malati sarebbero diventati persone consapevoli di eventuali loro alterazioni, per lo più temporanee, che avrebbero cercato aiuto e sostegno senza bisogno di essere “rinchiusi” anche solo per poco. Quasi sempre si sarebbe riusciti a curare queste persone nel loro ambiente, senza interventi coercitivi, e contando sulla loro collaborazione.

Questi malati sono le eccezioni, e ci sono sempre stati. Tutti gli altri sono stati privati dei mezzi necessari per garantire loro un intervento sanitario sicuro. Oggi la legge prevede due casi: nel primo il trattamento obbligatorio è eseguito “in urgenza”, ma senza autorizzazione ufficiale (sindaco). La persona è portata in ospedale, spesso su iniziativa delle forze dell’ordine, dove il medico decide di trattenerla forzatamente, correndo il rischio di essere accusato di sequestro di persona. Capita poi di rado che il sindaco metta in dubbio un’urgenza d’ordine pubblico e sanitaria che altri hanno riscontrato, ma in teoria, se qualcosa capita alla persona trattenuta prima che l’autorizzazione del sindaco arrivi, il medico è esposto personalmente all’accusa di un reato.

Il secondo caso, che dovrebbe essere la regola ma è invece l’eccezione, è il trattamento obbligatorio programmato: la richiesta è inoltrata al sindaco, il quale l’approva, e poi la notifica all’interessato. In questa maniera si verifica la situazione in cui la persona, anche a distanza di giorni dall’evento che ha portato a richiedere la misura coercitiva, può essere fuggita, essersi resa irreperibile, o essersi agitata attendendo l’arrivo delle forze dell’ordine.

Nel corso di una operazione di polizia è possibile che qualcosa vada storto, ad esempio che la persona in questione aggredisca un poliziotto, e in questo caso purtroppo non esistono misure decise per legge. Le forze dell’ordine sono lasciate senza regole a dover eseguire arresti decisamente particolari, di persone che possono essere allucinate, agitate, violente in maniera non prevedibile e non proporzionata. A differenza di un criminale, il soggetto con alterazione mentale può non rendersi minimamente conto del perché del ricovero coatto, anche se ne ha già avuti. Si riterrà perseguitato, per motivi più vari, in primo luogo perché non ritiene che ci sia bisogno di curarsi, ma in maniera attiva e conflittuale, non passiva. Nella grande maggioranza dei casi chi è mentalmente alterato non solo non prende medicine, ma le rifiuta, ben sapendo cosa ne consegue, e cioè la possibilità di essere presi con la forza. Ciononostante la loro malattia non permette loro in quel momento di evitare il ricovero dicendo “sì, prendo le cure”, di rendersi disponibili a farsi visitare e di interrompere i comportamenti che hanno allarmato gli altri. Anzi, spesso accade che li ripetano, li intensifichino, senza alcuna logica di convenienza.

Le ideologie nate per salvare l’umanità, come quella di Basaglia che negava la natura endogena e organica dei disturbi mentali, sono in genere quelle che fanno più morti. E’ generalmente ignorata l’epidemia di mortalità psichiatrica che ha interessato l’Italia esattamente dal ’78 in poi.

Non c’è quindi un giudizio su chi ha avuto torto, sulla brutalità della polizia o sull’illiceità dei trattamenti obbligatori. Quello che serve, cambiando la legge 180 in maniera radicale, è evitare di distribuire il peso di tragedie simili sui medici (quando capita qualcosa in ospedale) o sulle forze dell’ordine (quando capita fuori dall’ospedale), o perché no a tutti e due quando non c’erano per legge gli estremi per effettuare trattamenti obbligatori, ma c’erano invece tutti i segni di un rischio imminente. Le misure concepite per qualcosa che non esiste non funzionano su ciò che esiste, e il fatto che i Tso non si concludano spesso in maniera tragica è dovuto al coraggio di molti medici e operatori delle forze dell’ordine, che correndo un rischio personale (fisico e penale), cercano di gestire al meglio la cosa di volta in volta.

Matteo Pacini

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