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E’ il 26 dicembre e si gioca. La serie A, scende in campo in quello che, tradizionalmente, viene definito “Boxing day“.
Prende piede nel mondo anglosassone, per poi essere declinato anche in ambito calcistico. Durante il giorno di Santo Stefano, infatti, era usanza che le famiglie benestanti o datori di lavoro donassero ai più bisognosi e ai propri dipendenti delle scatole (da qui la denominazione “boxing”) contenenti doni di vario genere: vivande, indumenti, oggetti che potessero rivelarsi utili.
Ma durante questa giornata di autentica festa, ci si concedevano anche partite, partitelle e tempo condiviso all’insegna dello sport. Passato il giorno di Natale (rigorosamente trascorso in famiglia), gli uomini si riservavano ore da passare con gli amici. E quale miglior occasione per giocare a pallone?
L’usanza divenne, nel tempo, una vera consuetudine. Già prima del 1850, impegnati nella consegna delle “scatole regalo”, gli inglesi si intrattenevano (a consegna effettuata), sui prati: per chiacchierare e, soprattutto, giocare a calcio. Nel 1860 le due più antiche squadre di Sheffield (l’Hallam Fc e lo Sheffield Fc), si fronteggiarono in una amichevole. Finì 2-0 per lo Sheffield Fc, nonostante il pronostico sfavorevole. Con il primo gol, segnato da uno dei fondatori del club: Nathaniel Creswick.
All’epoca le regole non esistevano e il numero di calciatori schierati variava a seconda della disponibilità di uomini (come fosse un’amichevole). Da quel giorno in poi, data la notevole affluenza sugli spalti, divenne una costante organizzare partite fra Natale e il giorno di Santo Stefano.
Si cominciò a diffondersi, quindi “una messa trasmessa in diretta televisiva, seguita con la stessa fede da milioni di praticanti a casa”, a detta dell’antropologo francese Marc Augé, “talmente a conoscenza dei dettagli della liturgia che, apparentemente senza scambiarsi una parola, si alzano, gridano, strepitano o si rimettono a sedere allo stesso ritmo della folla riunita allo stadio”. Sempre Augé paragonò il calcio alla religione: “forse l’Occidente sta anticipando una religione e ancora non lo sa”, disse.
Persino i cosiddetti “occasionali” presero l’abitudine di presenziare alla partita del 26 dicembre. Ciò valse ai tempi della Football League (che dal 1992 divenne Premier League) e vale tuttora.
Il calcio, quindi, come dono: “E’ il Boxing day, un giorno importante per la nostra comunità. Il calcio farà la sua parte, sarà il regalo ai bisognosi, una partita aperta a tutti con le squadre che si preoccuperanno di offrire da mangiare e da bere a bordo campo ai tifosi”. Gli stadi, anche oggi, si riempiono del 90%: numeri da capogiro. Così il “Boxing day” interessa anche il nostro campionato.
Tutta la serie A scende sul rettangolo verde, in una giornata calcistica insolita ma non troppo. E la storia, lo insegna: buon “Boxing day”, a tutti i tifosi di calcio.
Chiara Soldani



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