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Roma, 18 set – Parecchi anni fa, dopo aver rivisto in tv Via col vento (1939), scrissi un articolo in cui mi chiedevo se il film – e il romanzo di Margaret Mitchell del 1936 – non sarebbero stati accusati di “revisionismo” per il modo in cui presentavano, e implicitamente giudicavano, Confederazione e Unione, società del Sud e società del Nord. Trascorsi gli anni si deve dire che la realtà ha superato l’immaginazione e che al peggio non c’è mai fine. Apprendiamo infatti che nella città di Memphis è stata sospesa la programmazione dell’opera di Victor Fleming, uno dei più famosi film della storia del cinema vincitore di dieci Oscar, con proibizione per il futuro, perché considerata “razzista” e “suprematista”. Quindi aspettiamoci il bando, a breve, anche del libro, che sarà proibito stampare, distribuire e leggere.



L’episodio avviene come ultimo (per ora) di una serie di fatti incredibili per quello che si considerava e si autodefiniva, il “paese della libertà”. A solo 150 anni dalla fine della guerra civile americana (o guerra di secessione, o guerra degli Stati americani), che causò nel 1861-1865 seicentomila morti, quanti i nostri caduti nella prima guerra mondiale, e dopo una così lunga e onorevole tolleranza, la crescente isteria del politicamente (e storicamente) corretto sta portando all’abbattimento o rimozione delle statue dei politici e militari confederati, in diverse città americane contemporanemente. Il che non solo è odioso ma è altamente sospetto perché fa pensare che si tratti di una operazione pianificata a tavolino, dopo il generico avallo dato da Obama prima di lasciare la presidenza, come ha scritto Paolo Guzzanti.

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Si pensava, e l’ho anche scritto, che con l’elezione di Trump la political correctness nata in Usa fosse morta e sepolta. Ahimé, ci sbagliavamo. Un presidente scorrettissimo e niente affatto buonista gli ha al contrario dato maggior vigore grazie ai grandi mass media ed è diventata un’arma contro di lui: la decisione dei singoli consigli comunali di eliminare questi ricordi di un passato che conta un secolo e mezzo e sono giunti intatti sino al 2017, ha tutta l’aria di una provocazione mirata a scatenare le proteste della destra Usa e quindi di ripercuotersi contro Trump, il quale ha maldestramente reagito cacciando il maniera definitiva dal suo staff quel Steve Bannon che, con la sua strategia elettorale, lo aveva fatto vincere, e facendosi così un nuovo nemico, anche se sul versante opposto.

Come ovvio, e come hanno scritto in diversi, tra cui Giordano Bruno Guerri e Pierluigi Battista, le opere materiali, monumenti ed edifici, sono simboli di lunga durata di un’epoca o di un regime al suo tramonto traumatico che si tendono ad eliminare: avvenne in Italia dopo il 25 luglio e il 25 aprile, ma solo in parte nel dopoguerra altrimenti si sarebbero dovuti distruggere tutti gli edifici pubblici (tribunali, prefetture, uffici postali, stazioni). De Gasperi, in visita all’ex Foro Mussolini, come si sa, non si indignò per l’obelisco con Mussolini Dux (come oggi si indignano gli 85enni partigiani dell’Anpi con la partecipe comprensione della presidenta Boldrini), né per i mosaici della pavimentazione (oggi semidistrutti nell’indifferenza generale e nell’incuria delle amministrazioni, anche se opera di artisti illustri), ma per le pudenda delle statue dello Stadio dei Marmi che fece subito ricoprire con delle leggendarie foglie di fico… E’ assurdo e antistorico abbattere simboli marmorei dopo 150 anni in America, o dopo 70 anni in Italia, come qualcuno anche qui amerebbe fare. E ‘ una “follia” come ha scritto Aldo Grasso: possono toglierci davanti ai nostri sensibili occhi quei simboli materiali, ma non si può cancellare la memoria storica, come ha scritto Antonio Carioti. E’ un tentativo di damnatio memoriae, forse facile nella antica Roma, parecchio più difficile nel XXI secolo che ha strumenti impensabili per ricordare all’infinito…

Gli ingenui oggi pensano invece che eliminandoli anch’essa si possa rimuovere. Ottengono invece l’effetto opposto, aggiungono al contrario una rabbia che può manifestarsi in molti modi, anche in quelli cruenti di Charlottesville. Gli Stati Uniti erano un esempio positivo sotto questo aspetto: le statue del generale Robert Lee o del presidente Jefferson Davis rendevano onore a dei “vinti della Storia”, come si ama dire da parte di progressisti, che erano stati leali e coraggiosi, e le bandiere confederate potevano essere esposte in varie occasioni senza problemi. Ora però la scorretta presidenza Trump, che ha il suo serbatoio di voti specie negli Stati del Sud, ha sollecitato gli avversari a colpire il suo elettorato proprio in quel che aveva di più caro, rovesciando su di lui le conseguenze.

I “vinti” così, per un miserabile calcolo politico, è come se fossero stati uccisi due volte, con l’avallo della stampa e degli intellettuali radical chic che gongolano di questa patetica vittoria della “cultura del piagnisteo”. E i “vinti”, coloro che ad essi idealmente si richiamano, si sentiranno sempre meno cittadini di una nazione che di essi vuole oggi fare ameno, disprezzandoli. Si pensi all’Italia, dove sono trascorsi la metà degli anni trascorsi negli Usa, dove esistono ancora figli, nipoti ed eredi dei “vinti” della nostra guerra civile e che, come hanno dimostrato i libri-indagine di Giampaolo Pansa, non si sentono ancora cittadini compiuti di una nazione che sempre li respinge e non ha storicizzato il passato credendo di essere ancora al 26 aprile 1945, nonostante tutto quello che ormai si sa sulla non totale nobiltà della “guerra di liberazione”.

Ma la questione non è finita qui, gli eventi hanno avuto una deriva ancora peggiore. Sull’onda di questa demenziale iconoclastia “democratica” altro sta correndo il rischio di scomparire. E non solo la colonna romana regalata da Mussolini a Chicago nel 1933 come ringraziamento per l’accoglienza riservata a Italo Balbo dopo la sua storica trasvolata, di cui è stata ipotizzata la rimozione non si sa se con la cancellazione anche del nome della Balbo Avenue, dimenticando che è rimasta lì in piedi anche durante la guerra degli Usa contro l’Italia di dieci anni dopo. Sono a rischio anche le statue di Cristoforo Colombo che si trovano in varie città americane. E’ questa una polemica non di oggi che ha ripreso vigore sulla scia di quel che è avvenuto. Perché? Ma perché Colombo sarebbe un “genocida” e un “incitatore d’odio” si dice. O meglio, si precisa, perché il navigatore genovese ”scoprendo il Nuovo Continente” avrebbe dato il via ad una serie di genocidi dei popoli indigeni! Una logica ineccepibile… A parte che Colombo sbarcò la prima volta su un’isola che chiamarono San Salvador pensando invece di aver raggiunto il Nuovo Continente, secondo questo ragionamento tutti indistintamente gli esploratori occidentali che dal Quattrocento all’Ottocento hanno messo piede per la prima volta in qualche posto sconosciuto sarebbero moralmente responsabili di quanto avvenne dopo, quando furono colonizzati. Speriamo che nel mirino non cada anche Amerigo Vespucci, altrimenti gli Usa dovrebbero mettere in discussione anche il loro nome, America… Se ne vedrebbero delle belle.

Una idiozia iperbolica e irrazionale che non sta in piedi ma che non arriva alle meningi dei demagoghi storicamente e politicamente corretti ottenebrate dai pregiudizi. Il che intanto ha avuto come primo esisto l’annullamento del Columbus Day a Los Angeles. Lo ha deciso il consiglio comunale della città con tredici voti a favore (tra cui un italoamericano!) ed uno contro (quello del secondo italoamericano). Lo sostituirà una giornata dedicata ai popoli indigeni. Auguri di vivo successo! Questa decisione, insieme a quella sul monumento a Balbo, è in fondo un attacco a noi, all’Italia, alla nostra cultura e civiltà. Ci si aspetterebbe una protesta vivace non solo delle associazioni italoamericane, ma anche una reazione da parte dei nostri ambasciatori e consoli. E perché non una nota di stupore e rammarico del nostro ineffabile e loquace ministro degli esteri che è pronto a intervenire su ogni sciocchezza? Non una nota ufficiale di protesta perché questi sonno affari interni americani, anzi locali dato che le decisioni sono prese dai consigli comunali, ma di sconcerto per far capire che l’Italia non è indifferente e insensibile a certi fatti. La Storia, con la S maiuscola, sia recente ma soprattutto lontana (è trascorso più di mezzo millennio dal viaggio di Colombo), non si può rimuovere, non si può cancellare. Si può valutare e giudicare con metri diversi, ma non abbattere. Il problema fondamentale è che oggi i progressisti infoiati ritengono che solo metro accettabile e valido sia quello occidentale del XXI secolo da loro imposto, che esso sia la misura di tutte le cose per sempre e da sempre dando così patenti di “bene” e “male”, di condanna e assoluzione in base ad esso. I romani, ad esempio, erano dei “fascisti”, e via di seguito… I valori politici, etici, religiosi, sociali odierni devono valere anche per ieri e l’altro ieri essendo l’attuale “il migliore dei mondi possibili” con il quale fare il confronto. Una cosa ridicola. Siamo piombati in una distopia, grottesca e feroce, che forse soltanto George Orwell era riuscito a prevedere con la sua “neolingu” e il suo “bipensiero” e quel Ministero della Verità che modificava a piacere la storia del passato su libri e giornali alò moto: “Chi controlla il passato controlla il fututo, e chi controlla il presente controlla il passato”. Dicevano gli antichi: gli dei fanno impazzire chi vogliono perdere. Come nel dipinto di Brueghel sembriamo una fila di ciechi guidati da un orbo, che precipitano in un abisso…

Gianfranco de Turris

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2 Commenti

  1. Grande articolo! Unica correzione e’ che Bannon dopo la sua esclusione dallo staff ha dichiarato che “difendera sempre Trump”. Ecco forse uno spunto per i nostri politicanti. Saluti dalla Costa Ovest USA.

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