Roma, 31 ott – I nodi della rete sono venuti al pettine anche stavolta. Luigi Marattin, lo schedatore folle che vorrebbe regalare a Facebook i dati contenuti nelle carte d’identità di 30 milioni di italiani, l’alfiere della lotta all’odio online, non è immune a sua volta dal diffondere odio. Insomma, il primo a voler mettere il bavaglio al dissenso è stato anche uno dei primi a usare il web per offendere – e anche pesantemente. Era solo questione di tempo prima che qualcuno si mettesse a scandagliare i social del deputato di Italia Viva alla ricerca di scivoloni, e li diffondesse in rete.

Il primo scivolone

Il primo in ordine temporale risale al 2012, ed è contro Nichi Vendola che aveva osato attaccare Renzi a La7: “Nichi, per usare il tuo linguaggio, ma va’ a elargire prosaicamente il tuo orifizio anale in maniera totale e indiscriminata”. Ma come! Un renziano che insulta un gay dichiarato con allusioni alla sua sessualità! Marattin non si scompone e oggi ha commentato così all’AdnKronos: “Si è trattato di un equivoco molto sfortunato”, spiega. “Volevo mandare Vendola a quel Paese. Invece di mandarlo semplicemente a quel Paese, cosa che avrei voluto fare, ho voluto imitare una delle sue perifrasi. Ma il mio non voleva essere un riferimento alla sua sessualità“. Perché orifizio anale secondo Marattin non è un riferimento sessuale. “Sono passati 7 anni da quel giorno. Oggi sarei meno ingenuo”. Semplicemente oggi nessuno si sognerebbe di scomodare gli orifizi di un’omosessuale, ben sapendo il tipo di stigmatizzazione politicamente corretta a cui andrebbe incontro. Un’arrampicata sui vetri clamorosa insomma, giustificazioni che fanno acqua da tutte le parti.

In un altro screenshot risalente al 2018, l’economista renziano auspica che «gli italiani con il proprio voto rimandino nella fogna quelle miserabili teste di cazzo che hanno il coraggio di sparare fesserie su spread e austerità». La frase era rivolta ad alcuni esponenti della Lega, come il senatore Alberto Bagnai, in risposta ad alcune loro esternazioni a proposito del tragico crollo del Ponte Morandi. «Avevano attribuito le ragioni del crollo alla politica di austerità dell’Unione europea. Replicando a quelle affermazioni commisi l’errore di non citarle, ma mi riferivo al fatto che speculare con i morti sotto le macerie per accampare le loro teorie economiche strampalate era una cosa miserabile. Oggi riconfermerei in pieno quel tweet», spiega Marattin. Per forza: secondo la visione del mondo a trazione sinistrorsa insultare un leghista non è hate speech, è anzi doveroso, così come dare del «miserabile pagliaccio» a Salvini. 

Ma lui non demorde

Ad ogni modo Marattin non si muove di un millimetro. Nonostante la figuraccia della petizione online sottoscrivibile con nomi falsi, nonostante la presa di distanza degli alleati di governo pentastellati, difende la sua proposta di introdurre una carta di identità per i social. Un provvedimento, spiega, che «c’entra relativamente con l’odio in rete. In queste ore si è messa in moto una potente macchina, perché gli interessi in gioco sono grandi, e questi screenshot ne sono la prova». Questi screenshot, caro Marattin, sono solo la prova di una grande maleducazione. 

Cristina Gauri

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