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Roma, 24 mag – A quasi cinque anni dall’inizio della discussione, prima politica e poi parlamentare, la Camera dei Deputati sembra abbia finalmente imboccato la strada che porterà all’approvazione della cosiddetta ‘Web Tax’, la disciplina fiscale da applicarsi alle società che operano nel mondo di internet. Un parto lungo dovuto anche alla natura di questi soggetti: grandi, potenti e – se è lecito – ingombranti multinazionali che non amano pagare le tasse dove producono redditi, preferendo spostare i ricavi in Paesi a fiscalità agevolata.

La scelta del governo – formalizzata nell’emendamento firmato dal presidente della commissione bilancio Francesco Boccia (Pd) – introduce una norma transitoria (in attesa di un compiuto accordo in sede di G7, in realtà ben lungi dall’essere ancora definito) grazie alla quale le società dell’on-line con un giro di affari in Italia da almeno 50 milioni potranno collaborare con l’Agenzia delle Entrate per discutere sulla loro stabile organizzazione o meno in Italia, trovando accordi specifici per non incorrere più nel penale e pagare il dovuto con la certezza di poter usufruire di generosi sconti.

Tutto a posto, quindi? Neanche per idea. La situazione che si viene a creare con questa ‘Web Tax temporanea’ è infatti paradossale: in sostanza, invece di combattere l’evasione o l’elusione fiscale ( internazionale, in questi casi) il governo, anziché avviare i controlli di rito che permettano di ricostruire redditi e conseguenti imposte da pagare, preferisce passare direttamente ad una forma originale di accertamento con adesione. Questo significa, in parole povere, mettersi al tavolino e trovare un accordo preventivo con il quale il Google o l’Apple di turno ottengono un trattamento ad personam non riconosciuto a nessun altro. D’accordo il considerare le specificità dell’attività in internet, che è diversa rispetto ad esempio ad un’impresa edile o manifatturiera o commerciale in genere, ma non risponde certo a criteri di equità lasciare tutti gli altri imprenditori esposti al rischio dei controlli fiscali mentre per alcuni si cuce l’abito su misura. 

Questo trattamento di favore risulta inoltre alquanto bizzarro visto che, trattandosi di attività spesso immateriali, viene giustificato da difficoltà nei controlli in realtà solo presunte: in molti casi – Apple, Google e Amazon, per citare i più recenti – si è invece fatta luce sulla reale struttura dei flussi di ricavi, arrivando quasi sempre al pagamento sull’unghia da parte dei diretti interessati.

Oggi invece, disconoscendo peraltro il lavoro fatto negli anni da Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, per racimolare qualche euro subito si rinuncia ad avviare serie ed approfondite indagini sulle numerose frodi commesse in materia. “Stando fermi continueremmo a incassare zero”, ha spiegato Boccia, dimenticandosi che ad esempio Apple ha subito messo mano al portafogli per pagare subito gli oltre 300 milioni dovuti al fisco. Più che una Web Tax – o una voluntary disclosure in salsa internet – sembra dunque, in realtà, un condono vero e proprio, sia pur ‘al contrario’. O una resa dello Stato, a seconda dei punti di vista.

Filippo Burla

1 commento

  1. Finalmente un articolo fuori dal coro.
    Gli strumenti tecnologici per combattere ad armi pari con i Big di internet ci sono, bisogna solo decidere di intraprendere questa strada invece di accontentarsi del solito obolo volontario.

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