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Roma, 17 ago – Il discorso con cui il presidente statunitense Joe Biden ha giustificato il raffazzonato ritiro dall’Afghanistan consegna agli annali l’immagine di un’America stanca, disillusa, cinica e vagamente isolazionista, ma più per mancanza di idee e coraggio che per convinzione. Un discorso allo stesso tempo molto onesto – puntato com’è sugli interessi statunitensi e solo su quelli, chi se ne frega degli afghani collaborazionisti e degli stessi alleati – e molto disonesto nel passaggio in cui afferma che l’intento americano non è mai stato il nation building, la costruzione di una democrazia afghana moderna.



Le bugie del discorso di Biden sull’Afghanistan

La verità è che nella mentalità statunitense le due cose – estensione planetaria di un certo way of life e custodia dei propri interessi – vanno da sempre di pari passo, per l’elementare motivo che americanizzare il mondo conviene sempre all’America. E basterebbe ridare una letta ai discorsi dei predecessori di Biden, oltre che a libri e articoli dei loro reggicoda intellettuali e giornalistici, per capire che sì, la volontà di «esportare la democrazia» agli afghani c’era, c’è sempre stata ed era una delle ragioni sbandierate per stare lì.

Gli americani hanno scoperto che “esportare la democrazia” non funziona

Ora, dopo aver riversato sul Paese asiatico palate di milioni, aver imposto elegantissimi governanti fantoccio (andate a rileggere gli articoli estasiati della stampa occidentale sugli outfit di Hamid Karzai), dopo aver finanziato, armato e addestrato l’esercito nazionale afghano, gli americani hanno scoperto che questa cosa, semplicemente… non funziona. Si può e si deve pensare tutto il male possibile dei talebani tornati al potere, ma è indiscutibile che gli «studenti coranici», come li chiamavano un tempo, una rappresentatività politica e culturale la esprimano, i pupazzi teleguidati da Washington no. Di «democrazia», «diritti», «elezioni» e «storie che commuovono il web», gli afghani non sanno che farsene. E mentre cerchiamo di capire che pedina sarà il nuovo Afghanistan talebano sullo scacchiere internazionale, il discorso di Biden, con la sua aperta sconfessione della missione umanitaria e liberatrice di cui gli Usa si sono sempre ammantati, apre ora tutta una serie di questioni.

Un padrone sonnecchiante e balbettante resta sempre un padrone

Intendiamoci: di funerali per la «tigre di carta» americana ne abbiano letti sin troppi. L’America non si ritirerà nel suo splendido isolamento e non cesserà di far pesare la sua presenza nel mondo. Resta, ancora oggi, la principale superpotenza «imperiale». Un padrone sonnecchiante e balbettante resta sempre un padrone, finché qualcuno non lo depone.

Ma la dinamica di riflusso che era iniziata anche prima di Trump ed è esplosa nel solito modo plateale e sguaiato con il presidente dalla chioma arancione sembra proseguire anche con i democratici tornati al potere. Quando Trump venne sconfitto, da Francia e Germania arrivò un messaggio chiaro: «Auguri a Biden, ma il mondo non si può portare indietro a quello che era prima». Nel mirino c’erano i rapporti atlantici e il ruolo della Nato, che Trump aveva pesantemente incrinato. Cosa che, peraltro, resta il suo principale merito, sia pur indiretto, ovvero il fatto di aver generato un embrionale moto di emancipazione europea e aver demolito in parte il «sogno americano».

I riflessi sulla politica italiana sono avvilenti

Biden, ieri, ci ha dimostrato che quel sogno non tornerà, almeno non con la forza e la capacità di penetrazione che aveva un tempo. Resta solo da capire quali saranno gli effetti di tutto questo su di noi. I riflessi sulla politica italiana di tutta la vicenda afghana sono, al solito, avvilenti.

Da una parte c’è la sinistra che di quell’american dream è apertamente orfana e si guarda attorno smarrita. Sui social, in queste ore, abbiamo visto esponenti dem rivendicare la giustezza della crociata contro il fondamentalismo e cronisti di Repubblica in lacrime per la perdita del «senso dell’America nel mondo». A destra, invece, ci si limita a maramaldeggiare su Biden e il «fallimento dei democratici», senza accorgersi che il fallimento è ventennale e coinvolge presidenti di ambo le sponde, senza ricordare che il piano di sganciamento da Kabul era già stato approntato da Trump e senza notare che il discorso di Biden ha segnato il punto di maggior consonanza retorica e politica tra l’attuale presidente e il suo predecessore.

Destra e sinistra sembrano orfane di un padrone forte e in salute

Destra e sinistra italiane sembrano orfane di un padrone forte e in salute. Tutti criticano le modalità della fuga americana, ma non si capisce bene in nome di cosa. Per i più, tanto a destra che a sinistra, sembra che il problema sia stato quello di un’operazione coloniale troppo breve e troppo poco profonda. Un’America troppo poco imperialista, insomma. Ma è tipico degli schiavi diligenti: quando il padrone si addormenta non pensano a strappargli la frusta di mano, ma si ergono spontaneamente a guardia delle sue proprietà, biasimandone semmai la poca fermezza.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. Biden ha praticamente detto:
    Eravamo andati in Afghanistan per combattere i terroristi.
    Dopo vent’anni ci siamo accorti che i talebani non lo erano.
    Se a voi ed agli afghani fanno paura non sono affari nostri.

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