Roma, 18 ott – Le Iene sono state assolte dall’accusa di diffamazione che gli aveva contestato Roberto Fico, all’indomani del presunto scandalo della collaboratrice domestica pagata a nero, quindi senza essere regolarmente assunta. Presunto allora, ormai certo oggi, data la sentenza che il Tribunale ha emesso in favore del celebre programma di Italia Uno, secondo la quale non è stato commesso il reato di diffamazione. E il sinistrissimo e manettaro grillino, barricadero della prim’ora, è stato smentito per quanto riguarda la sua tesi difensiva sulla colf Immacolata, Imma per gli amici, che lavorava per Yvonne, la fidanzata del big grillino.

Quando Fico spacciò la colf per una amica

In un primo momento, Fico aveva annunciato che si trattava di un’amica che lo aiutava gratuitamente, senza dunque percepire un euro di compenso. Intervistata Immacolata, però, emerse che il compenso c’era e variava dai 700 ai 500 euro. Emerse anche un altro collaboratore domestico, in questo caso maschio, ucraino di nome Roman, anch’egli pagato a nero e che avrebbe lavorato per la famiglia di Roberto Fico. Il quale, oggi, garantisce di avvalersi della collaborazione di una colf regolarmente assunta secondo i termini di legge, anche se ormai è un po’ tardi per rifarsi la verginità dopo essere stati malamente sputtanati per una questione che si sarebbe potuta chiudere con delle banali ma efficaci scuse. Figurarsi, però, se i moralisti del terzo millennio accettano di essere sconfitti al loro stesso gioco.

L’ossessione dei 5 Stelle per le tasse

Eppure è un loro vizietto. Un ex operaio della famiglia Di Maio denunciò a Le Iene di aver lavorato per la Ardima srl a nero e, dopo un infortunio sul lavoro, di avere ricevuto la richiesta di non dir niente. Il padre di Di Battista dichiarò di aver fatto lavorare a nero un collaboratore saltuario, giustificandosi con “so che non si deve fare ma l’alternativa era chiudere bottega”. Quest’ultima parte dell’arringa difensiva risulta addirittura ridicola dato il grottesco accanimento dei grillini contro chiunque evada un solo centesimo, sordi alle richieste del ceto produttivo italiano che chiede minori tasse per poterle pagare senza finire dissanguato.

Ma niente, la legge è legge, non si interpreta e non esiste il perdono. Se qualche pazzo ha deciso che la pressione fiscale deve essere degna di uno strozzino, la cittadinanza è tenuta a pagare quanto dovuto senza protestare e senza invocare alcuna giustificazione, proprio come invece ha fatto il padre di Dibba.

Lorenzo Zuppini

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