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Roma, 16 feb – Il caso dell’ignobile scritta anarchica apparsa a Bolzano contro il consigliere comunale di CasaPound Andrea Bonazza “Nelle Foibe c’è posto” è il messaggio d’odio apparso sulla porta della sede di Cpi in via Cesare Battisti a soli quattro giorni dalla celebrazione del “Giorno del Ricordo”, la solennità civile istituita nel 2004 –, suggerisce qualche riflessione in proposito.

A quanto pare, oggi come ieri, «essere italiano, difendere le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria religione, la propria lingua» è ancora «motivo di sospetto e di persecuzione». Non ci si riferisce solo alla damnatio memoriae riservata a «tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo titoista»[1].

Quel che è peggio è che regolarmente, ogni anno, chi osa ricordare questa nefasta ferita della nostra storia diventi obiettivo di un odio violento e miope che colpisce non solo chi difende la memoria ma viola il ricordo di «impiegati, militari, sacerdoti, donne, insegnanti, partigiani, antifascisti, persino militanti comunisti che conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe»[2].

La scritta contro Bonazza è inquietante poiché rivela un pericoloso upgrade della violenza anti-italiana fomentata annualmente a ridosso del 10 febbraio dagli attivisti del negazionismo materiale intenti a cancellare un passato da nascondere. Finora quest’odio era stato diretto a monumenti, targhe, lapidi che pare accendano ultimamente conflitti assai più feroci di articoli, approfondimenti, libri, che pure per molti anni sono stati censurati, boicottati, avversati e delegittimati. D’altra parte «il marmo o il bronzo resta materialmente stabile, appare perenne alla vista dei contemporanei, definisce e stabilisce l’onore del ricordo. E dunque il negazionismo vi può esercitare materialmente i suoi riti violenti»[3].

Ma ora quest’odio si sta evolvendo in persecuzione personale diretta non più e non solo verso i simboli di quella tragedia italiana. L’obiettivo iniziano ad essere le persone, quegli italiani che al di là delle appartenenze si impegnano in primis a difendere il dovere del ricordo. La faziosità atavica è divenuta rancore ottuso. E ciò sta pericolosamente muovendo dai simboli alle persone il Moloch irragionevolmente granitico e violento dell’isteria provocatoria dell’affronto riservata a chi osa opporvisi.

Un ricordo, quello delle foibe, che questi gesti mirano a sottrarre appannando la ritualità istituzionale finalmente riconosciuta ad una tragedia nazionale e non fascista: ci hanno provato con la (stupida) risata che non ci ha seppellito[4], con il trafugamento, l’abbattimento, l’oscuramento dei simboli del ricordo, ora iniziano con la minaccia degli italiani che non dimenticano gli italiani.

Il tutto condito da un’autolegittimazione che ricorda da vicino uno sperimentato metodo del Togliatti televisivo «allorché, con un sorriso serafico sul suo bel volto professorale, egli difendeva il regime stalinista dicendolo vittima delle aggressioni calunniose della stampa capitalista e filoamericana»[5]. Giustificare se stessi per colpire gli altri, insomma. Ma la verità, «deve essere rispettata sempre, e sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento»[6] lo scrisse Gramsci, e non abbiamo remore a ricordarvelo.

Roberto Bonuglia

[1] S. Mattarella, Intervento del Presidente della Repubblica in occasione della Celebrazione del “Giorno del Ricordo”, Roma, Palazzo del Quirinale, 9 febbraio 2020

[2] Ibidem

[3] P. Simoncelli, Foibe, allarme negazionismo, in «Avvenire», del 6 febbraio 2013

[4] I. Paoletti, “E allora le Foibe”? Una (stupida) risata non ci ha seppellito, in «Il Primato Nazionale», del 10 febbraio 2020

[5] G. Aliberti, Sindrome berlusconide, in «Elite & Storia», a. IV, n. 1, dell’aprile 2004, p. 7

[6] A. Gramsci, La conferenza e la verità, del 19 febbraio 1916, in Id., Sotto la mole 1916-1920, Torino, Einaudi, 1960, p. 31

2 Commenti

  1. Nella stanza dei bottoni non c’è nessuno che si sia indignato per quella scritta? Ha fatto parlare parecchio quella di fronte alla scuola ebraica, questa non interessa a nessuno perché non si parla si ebrei?

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