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marò-141222132802.jpgL’Aia, 30 mar – Tra oggi e domani al Tribunale Arbitrale dell’Aia si svolgerà il dibattito pubblico sulla richiesta italiana di riportare i due Marò (tuttora sotto la giurisdizione penale indiana) in Italia, in attesa della decisione definitiva su a chi spetti, India o Italia, istruire e celebrare il processo relativo alle accuse di aver ucciso due pescatori il 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala. Alla richiesta italiana l’India ha già risposto con un documento scritto depositato il 26 febbraio scorso, documento che però sarà reso pubblico in questi giorni sulla pagina web dedicata al processo. A breve dunque sapremo se l’atteggiamento dell’India è mutato rispetto a quanto dichiarato il 6 agosto 2015 al Tribunale di Amburgo (colpevolezza che non può essere messa in discussione!) oppure se la pubblicazione dei documenti giudiziari indiani (opera mia, lo rivendico orgogliosamente), dove è evidente l’inconsistenza delle accuse, abbia mutato l’atteggiamento delle autorità indiane e stemperato la boria dei loro rappresentanti (l’Italia in questa vicenda “cerca compassione” – hanno scritto). Oppure se si insiste in una campagna mediatica di “colpevolezza” ormai oggettivamente fuorviante delle opinioni pubbliche.



Sentite le arringhe dei vari avvocati dovremo aspettare ancora alcune settimane prima di avere il verdetto dei Giudici dell’Aia, ma ci potremo fare subito un’idea delle “strategie processuali”. Dell’India abbiamo già detto, ma dell’Italia ancora non sappiamo se si limiterà ai “motivi umanitari” (la “compassione” irrisa dai rappresentanti indiani) o se comincerà a far pesare la marea di arbitri, incongruenze e pregiudizi emersi dalle carte indiane. Del resto nel caso del povero Giulio Regeni ucciso al Cairo l’Italia fa sentire pesantemente e pubblicamente la sua voce contro l’operato delle autorità egiziane, ad esempio denunciando che l’autopsia fu fatta senza la presenza di un esperto nominato dall’Italia. Ma anche l’autopsia dei due pescatori fu fatta senza la presenza del medico legale nominato dall’Italia. Per la precisione l’autopsia iniziò alle ore 15 del 16 febbraio 2012, quando la petroliera italiana Enrica Lexie era già stata fermata dal giorno prima, era già stato mandato un fax all’armatore, erano state avvertite sia le autorità politiche italiane e quelle diplomatiche dell’ambasciata. Ma nel caso dei due Marò nessuno dall’Italia ha tuonato come nel caso Regeni. La cosa si ripete dopo pochi giorni, il 29 febbraio 2012 quando per decisione del Tribunale di Kollam i due esperti di balistica italiani (due ufficiali dei Carabinieri) non sono stati ammessi alla Perizia Balistica. E anche in questo caso l’Italia non ha avuto niente da dire.

E adesso sappiamo perché non furono ammessi: dal documento originale indiano risulta che le pallottole in dotazione ai Marò erano “approssimativamente similari” a quelle repertate sulle vittime. A dire: non sono le loro! Perché in perizia balistica la corrispondenza dei proiettili si fa col microscopio comparatore, i centesimi di millimetro e lo spettrometro di massa. E così via cantando con le autorità indiane che per anni hanno fatto una campagna mediatica colpevolista basata sulla “confidenzialità” delle famose “prove” e da parte italiana non si è mai reagito, nemmeno quando il sottoscritto ha recuperato il video (giugno 2013) in cui il capitano del peschereccio dichiarava, appena sceso a terra, che gli avevano sparato alle 21:30, mentre l’incidente alla nave italiana era accaduto alle 16:30, cinque ore prima. Abbiamo dato atto a Matteo Renzi di aver voluto ricorrere al Tribunale Internazionale sollevandoci dall’umiliante “diplomazia dell’acquiescenza”, ma ci si augura che a partire da oggi non ci appelleremo alla “compassione”, ma cominceremo a chieder conto alle autorità indiane di quello che hanno combinato gli inquirenti del Kerala con una inchiesta basata sul pregiudizio, che non reggerebbe un’ora in qualsiasi Tribunale.

Proprio per evitare che l’efficacissima azione mediatica indiana potesse ancora avere effetto, magari su giudici e avvocati del Tribunale Internazionale, da agosto 2015 abbiamo fatto un enorme lavoro. Prima di analisi tecnica giudiziaria dei documenti indiani usciti dalla cassaforte di Amburgo, poi di traduzione in inglese, poi nell’allestimento di un sito web dedicato, e infine nella diffusione via web in tutto il mondo. A questa operazione hanno partecipato decine di volontari dei gruppi facebook “pro-Marò”, residenti in tutta Italia e qualcuno anche all’estero, portando a migliaia di soggetti web (compresa l’India!) la conoscenza dei fatti. http://www.italianmarines.net/ E naturalmente anche nel Tribunale Internazionale.
Quindi siamo fiduciosi nel lavoro fatto, dell’oggettività delle nostre tesi e nella buona fede dei giudici.

Luigi Di Stefano



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