Rimini, 7 lug — Non potevano darla vinta agli Alpini: non poteva passarla liscia il maschio tossico, etero, patriarcale, le cui azioni sono spinte da coraggio, senso del dovere e dell’amor patrio, orpelli medievali da annullare nel nome della società fluida e transfemminista (quella che opprime le donne in altri modi, in questo caso consentiti e incentivati).

Non una di meno si accanisce contro il corpo degli alpini

Così le beghine di Non una di meno, all’indomani della notizia che parla di una probabile archiviazione per l’unica denuncia per presunte molestie all’adunata di Rimini, tornano alla carica con un esposto. Il contenuto è a prima vista corposo: un faldone contenente 170 racconti di donne che sostengono di avere subito catcalling, fischi, avvicinamenti un po’ troppo insistenti, strattoni e simili dalle penne nere durante il fine settimana della 93esima adunata nella città rivierasca. Penne nere, o presunte tali, dal momento che è sufficiente acquistare un cappello «contraffatto» su di una bancarella per mimetizzarsi tra i veri alpini.

Racconti per la maggior parte non verificabili

Nel documento rientrerebbero anche le testimonianze delle 500 donne che hanno raccontato via social network le molestie: un campionario di commenti impossibili da verificare, ma che «fanno brodo», a supporto della tesi di Non una di meno che vedrebbe gli alpini come un corpo di stupratori dagli ingovernabili istinti predatori. Tesi che le femministe avevano seminato sui social alcuni giorni prima dell’adunata, creando ad hoc un humus di allarmismo vittimista facendo leva sul protagonismo social di moltissime donne.

«Come Gruppo di Autodifesa Transfemminista, depositeremo le denunce e testimonianze raccolte tutte insieme alla nostra legale in prossimità dello scadere dei 3 mesi perché la procura possa lavorarvi congiuntamente e prendere atto dei fatti», scrivono su Facebook. «La nostra azione ha messo in luce un sessismo culturale e sistemico, che si ripete e si amplifica su più livelli e questa archiviazione non fa che confermarlo». Lo stesso sessiamo culturale e sistemico che passa sotto silenzio (o viene minimizzato omettendo a quale categoria appartengano i molestatori) quando a compiere le violenze di massa — capodanno a Milano, Peschiera del Garda — sono i bravi «nuovi italiani»

Gli alpini promettono battaglia

Dall’altro lato della barricata c’è Sebastiano Favero, presidente degli alpini, che annuncia «azioni legali» nei confronti di tutti coloro che in queste settimane hanno offeso il corpo. Lo scopo di questa campagna diffamatoria condotta in maniera così sistematica è del resto evidente: gettare fango e discredito per impedire ogni raduno di qui in avanti, e in ogni città d’Italia, con Non una di meno che attraverso la piattaforma Change.org aveva addirittura avviato una petizione per sospendere per due anni le adunate. Una raccolta firme che non ha scaldato i cuori di nessuno.

«Abbiamo conferito mandato ai nostri avvocati di intraprendere azioni legali contro chi ci ha offeso durante e dopo il raduno — spiega Favero al Resto del Carlino —. Troppo fango è stato gettato sul nome dell’Ana». E ancora: «Sono molto amareggiato perché il comportamento di singole persone, peraltro non accertato, è stato usato per screditare l’associazione che proprio domani compie 103 anni». Gli avvocati stanno valutando un’azione civile di risarcimento danni nei confronti di Non una di Meno: «Dobbiamo farlo per tutelare un patrimonio centenario di valori».

Una strana testimonianza con molte ombre

Al faldone delle presunte molestie si aggiunge la strana testimonianza di Raffalla Vitiello, la quale narra ai giornali di un’aggressione a tinte piuttosto forti ma che, curiosamente, non ha voluto denunciare. «Di quella sera ricordo tutto. I due alpini che mi rivolgono frasi oscene e poi mi seguono. La zuffa con il mio amico. Uno degli alpini che mi colpisce con uno schiaffo, mentre io cerco di separarli. Il colpo è stato talmente violento da farmi cadere a terra», racconta oggi. Eppure, niente denuncia. «Quando le ho detto che gli amici che si trovavano con me quel giorno a Rimini non erano molto propensi a testimoniare, l’avvocata mi ha detto che se avessimo presentato la denuncia soltanto con il mio racconto, senza alcun testimone, tutto rischiava di finire in una bolla di sapone».

Ma valeva ben la pena tentare, no? Poi però si contraddice: «Ho ancora qualche giorno di tempo per pensarci, ci rifletterò ancora sopra. Nel mio caso, non dovrebbe essere nemmeno così difficile individuare i responsabili». Alla fine del racconto spunta persino una volante che sarebbe intervenuta a sedere la lite: «Quel giorno infatti una volante della Polizia era intervenuta, perché uno degli alpini che mi stava molestando poi si era messo a fare a botte con l’amico che aveva preso le mie difese. Gli agenti ci hanno identificato, e poi mi hanno spiegato che avevo tre mesi di tempo per sporgere l’eventuale denuncia». Quindi, di nuovo: perché non denunciare?

Cristina Gauri

 

 

Cristina Gauri

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5 Commenti

  1. La diffamazione e l’allarmismo vittimista sono le armi preferite dalle donne, sia di sinistra che di destra. Siete tutte uguali.

  2. perché non mandiamo queste femministe in Corea del Nord con un cargo commerciale indicando sulla polizza di carico “materiale da rieducare” ?

  3. spero proprio che procedano con la causa collettiva.

    quando poi NON caveranno un ragno dal buco,
    immagino che il corpo degli alpini presenterà
    una CAUSA per danni contro non una di meno e tutte le donne che avranno firmato la causa collettiva.
    hai visto mai che imparano una buona volta a denunciare fatti REALI
    e non calunnie,per acquisire visibilità a spese di terzi…

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