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foibaRoma, 4 mar – C’è chi dice che le foibe non sono mai esistite. E invece, guarda un po’, ne spuntano di nuove. Qualche settimana fa, in occasione della Giornata del Ricordo, Luca Urizio, presidente della Lega Nazionale di Gorizia, ha svelato che l’Archivio del ministero degli Esteri avrebbe celato per oltre settant’anni un documento, finora sconosciuto, che confermerebbe la presenza di una foiba nella fascia compresa tra i Comuni di Corno di Rosazzo, Premariacco e Manzano. Lì sarebbero finite circa duecento persone.

Non si tratterebbe, tuttavia, di una vera e propria foiba, non essendo il luogo un territorio carsico, quanto piuttosto di una fossa comune, destinata ad accogliere le centinaia di morti che provenivano da un luogo di tortura e mattanza partigiana. Di quel casolare degli orrori ormai resta un rudere diroccato con le pareti interamente ricoperte d’edera, ma gli anziani della zona si ricordano bene che lì accadde qualcosa di molto brutto alla fine della guerra. E molte donne dei dintorni, finché il luogo era accessibile, vi andavano spesso a portare fiori. Del resto tutto il Collio orientale da Rocca Bernarda, Poggiobello fino a Bosco Romagno e colline adiacenti è disseminato di piccole fosse comuni, contenenti ciascuna non più di due o tre persone, e di vecchi ruderi che erano postazioni partigiane in cui la gente veniva prima sottoposta a processi sommari e poi uccisa.

Oggi il sito in questione, in cui le vittime dei rastrellamenti sarebbero state portate, si troverebbe su un’altura raggiungibile solo a piedi, tramite sentieri difficili da individuare, avvolti in un bosco non curato e pieno di rovi. Nella fossa, situata nel cuore dei Colli Orientali a cavallo tra le province di Udine e Gorizia, sarebbero state gettate nel 1945 circa duecento persone, anche se c’è chi parla addirittura di ottocento vittime. Immediatamente sono scattate le indagini dei Carabinieri del Comando provinciale di Gorizia e quelli della Compagnia di Palmanova. Nell’archivio della Farnesina sarebbero indicati anche i nomi dei responsabili, riconducibili alla Divisione Garibaldi. Il presidente provinciale della Lega Nazionale ha espressamente citato il partigiano Sasso (il gradiscano Mario Fantini) e il partigiano Vanni (al secolo Giovanni Padoan, di Cormons), coinvolti anche nell’eccidio di Porzus. Dino Spanghero, presidente dell’Anpi provinciale, replica: “Si vuole gettare fango su due eroi della Resistenza ai quali bisognerebbe solo dire grazie”. Pure.

Tra i documenti ritrovati negli archivi di Farnesina e Viminale, anche uno del 1 ottobre 1945, in cui si fa riferimento alla deportazione da Gorizia di 1.023 persone, con tanto di lista alfabetica degli scomparsi, data di prelevamento e dell’eventuale rientro: in queste settimane è in corso una certosina opere di incrocio dei dati, che una volta terminata permetterà di aggiungere al Lapidario del Parco della Rimembranza di Gorizia i nomi delle nuove vittime accertate.

Giorgio Nigra

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